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Guido Harari 

Cognome israelita di origine siriana ereditato dal nonno, nato il 28 dicembre del 1952 al Cairo da famiglia italiana fuggita a Milano dopo la crisi di Suez.

Il suo approccio con la fotografia ha una data precisa: il 24 giugno del 1965. Il dodicenne fotografo con una Zeiss si trova al Vigorelli di Milano insieme alla madre per assistere a un concerto epico. Dopo una sfilza di gruppi supporter, compaiono finalmente i Beatles.

Questo concerto segna in modo indelebile Guido, da quell’anno i Beatles non avrebbero mai più suonato in Italia e in lui matura quell’istinto di conservazione di emozioni del palco rock.

Un istinto amplificato anche dal fatto di essere nato troppo tardi per poter vivere a contatto con la nascita di quel fenomeno che è il rock, talmente forte che in lui fa crescere un desiderio di recuperare quel tempo non vissuto.

Negli anni 70 con l’arroganza dei suoi 17 anni, inizia a frequentare le retrovie del music business, parla direttamente con gli artisti finché non ottiene la copertina di una giovanissima Gianna Nannini. La sua passione sta diventando lavoro che gli aprirà un mondo fatto di amicizie professionali e profonde con tutti i suoi artisti idolatrati. Firma le copertine dei dischi dei più grandi musicisti nazionali e internazionali, segue tour che segneranno la storia, uno su tutti Fabrizio de Andrè e la PFM. Diventa una presenza fissa in tutte le “zone rosse” dei concerti, immortalando gli artisti nella loro più profonda intimità.

Negli anni 90, ormai fotografo affermato, si approccia ad una nuova frontiera: il ritratto. Artisti, politici, stilisti, calciatori e persino chi di solito non appare mai, i fotografi stessi si fanno scattare un ritratto da Harari, che grazie al suo approccio empatico riesce a scavare nel profondo di essi.

 

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Gianni Berengo Gardin 

Gianni Berengo Gardin nasce a Santa Margherita Ligure il 10 ottobre 1930, da padre veneziano e madre svizzera, direttrice dell’Hotel Imperiale. Cresce però a Venezia, città che considererà sempre la sua vera patria culturale e visiva.

Negli anni Cinquanta inizia a dedicarsi alla fotografia, costruendo progressivamente un archivio monumentale che documenta l’Italia del dopoguerra in tutte le sue trasformazioni.

La sua produzione attraversa oltre settanta anni di storia italiana, con un’attenzione costante al paesaggio umano, alla vita quotidiana, al lavoro, alle istituzioni, all’architettura e al paesaggio.

Alcuni tratti distintivi del suo lavoro:

  • Bianco e nero rigoroso, mai manipolato: negli ultimi decenni timbrava le sue stampe con la dicitura “vera fotografia”, rifiutando la post‑produzione digitale nella fotografia documentaria.
  • Sguardo discreto e partecipe, spesso paragonato a quello di Henri Cartier‑Bresson per il lirismo e la capacità di cogliere l’attimo.
  • Approccio artigianale: amava definirsi “fotografo artigiano”, fedele alla verità dello scatto.
  • Impegno civile: ha documentato fabbriche, manicomi, cantieri, ospedali, comunità marginali, sempre con rispetto e profondità.

Il suo lavoro è stato pubblicato in centinaia di libri e mostrato in musei e istituzioni internazionali. È considerato uno dei più grandi fotografi italiani del Novecento.

Temi e luoghi iconici

  • Venezia, osservata con amore e lucidità, è uno dei suoi soggetti più celebri.
  • Il mondo del lavoro: fabbriche, operai, cantieri navali.
  • La vita quotidiana: scene urbane, famiglie, bambini, riti collettivi.
  • Le istituzioni totali: ospedali psichiatrici, comunità chiuse, luoghi di cura.
  • L’Italia che cambia: dalla ricostruzione al boom economico, fino alla contemporaneità.

Negli ultimi anni si ritira a Camogli, sulla Riviera ligure, dove continua a lavorare e archiviare il suo immenso patrimonio fotografico.

Muore il 6 agosto 2025, all’età di 94 anni, per cause naturali, nella sua casa, serenamente e circondato dagli affetti. La sua scomparsa viene accolta come la perdita di un maestro che ha saputo raccontare l’Italia con onestà, poesia e rigore.

Gianni Berengo Gardin lascia:

  • un archivio di milioni di negativi,
  • una lezione di etica dello sguardo,
  • un modello di fotografia come testimonianza,
  • un patrimonio visivo che è parte integrante della memoria collettiva italiana.

La sua opera continua a essere studiata, esposta e amata da generazioni di fotografi, studiosi e appassionati.

 

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Anna-Lou Leibovitz

Nasce negli Stati Uniti nel 1949 da una famiglia benestante, il padre è un ufficiale mentre la madre è un’affermata ballerina.

​Cresce tra i numerosi spostamenti dettati dalle esigenze del padre, membro dell’aereonautica, tra una base militare e l’altra.

Ha grande considerazione della madre, la sua prima fonte d’ispirazione artistica. Decide di seguire le sue orme come cantante ma poi, in seguito ad alcune fotografie scattate personalmente, decide di dedicarsi allo studio della fotografia.

Le fotografie in questione sono alcuni scatti ripresi da lei durante una scalata sul monte Fuji nel 1967.

​Un talento nato che riesce appena tre anni dopo, nel 1970, a farsi assumere dalla rivista Rolling Stone, rinomata per l’attenzione nei confronti della musica e dell’attualità.

La sua scalata ai ranghi è rapida e travolgente, appena 10 anni dopo è la responsabile della fotografia della rivista.

​Nel frattempo segue in tour i veri Rolling Stone. Attraversa con loro tutta l’America nella loro grande serie di concerti, nel 1975.

​Lavorando a stretto contatto con gli artisti la sua visione del mondo cambia e sviluppa un profondo attaccamento agli attimi di intimità che si creano coi membri del gruppo.

Realizza quindi come la fotografia sia lo strumento decisivo nel raccontare ogni genere di storia, anche quelle il cui significato appare minimo, perché è la voce del fotografo stesso a dargli nuova vita ed importanza.

​Decide così di coniugare la propria carriera al proprio percorso da fotografa freelance, proiettato alla scoperta dell’anima della vita stessa; delle piccole cose, delle storie che i volti, i paesaggi, gli ambienti, possono raccontare.

​Nel 1980 scatta l’ultima fotografia a John Lennon e a sua moglie, Yoko Ono, prima che Lennon venga ucciso, appena cinque ore dopo.

Dalla morte di Lennon inizia un percorso di transizione che la porta a dedicarsi maggiormente a se stessa e alla propria vocazione: tre anni dopo riesce ad abbandonare la dipendenza da cocaina ed ad entrare a gran merito tra i ranghi dei fotografi di Vanity Fair.

​Qui si dedica attivamente ai ritratti: la sua perizia è tale che numerosissimi attori, cantanti, politici, artisti di ogni livello desiderano farsi immortalare dalla fotografa.

​Nel contempo assiste alla scomparsa della compagna di vita Susan Sontag, di cui era profondamente innamorata, strappatagli dalla leucemia. Le sue fotografie seguono gli ultimi anni di vita dell’artista passo dopo passo verso la fine.

​Da questo momento in avanti il suo lavoro si concentra maggiormente sulla trasmissione del sapere e sulla riorganizzazione delle proprie opere.

​Ha pubblicato numerosi libri, calendari, fotografie di moda e ritratti e continua ancora a tenere masterclass di fotografia e a parlare (e a far parlare) del suo talento.

Lo stile e la fotografia

La fotografia di Annie Leibovitz si diversifica parecchio durante lo svolgimento della sua carriera senza mai arenarsi a lungo su una preferenza stilistica.

​La fotografa preferisce sfruttare a 360 gradi le possibilità degli strumenti a sua disposizione; i colori, il fotoritocco digitale, le tecniche classiche, il bianco&nero, tutti questi elementi sono strumenti usati a piacere ed a seconda delle esigenze.

​Ci sono però alcune costanti: la composizione, la linearità, la scelta curata e attenta delle forme e dei toni; tutto questo contribuisce a dare coerenza all’immagine che risulta propriamente bella, raffinata, gradevole e seducente all’occhio.

​Ma il suo talento sta anche nel sapere piegare le proprie tecniche all’esigenze dei soggetti. Ecco allora che gli scatti pubblicitari, molto numerosi, sono piuttosto colorati, esagerati ed artefatti.

​L’immagine si riempie di dettaglio e colori manipolati con una maestria incredibile che sfrutta una palette scelta adoperata in concerto con la luce per creare ricchissime gamme di sfumature che esaltano la brillante vivacità dei toni e, allo stesso tempo, creano contrasti morbidi con transizioni di colore leggere ma decise.

Le pubblicità di Annie, soprattutto quelle del suo periodo più maturo, danno piena voce al potenziale che uno studio fotografico può mettere a disposizione.

​Tra le varie aziende che chiesero i suoi servizi troviamo la Disney, la quale commissionò una serie di scatti che ritraggono attrici che impersonano le principesse più famose.

​Ci sono poi le riviste di moda e le copertine del “Rolling Stone” senza dimenticare il suo lavoro per la Lavazza e la Pirelli, entrambe note per i loro calendari, realizzati quasi esclusivamente da fotografi di affermato talento.

​Ma il vero animo della fotografa traspare dagli scatti più personali: fotografie strappate agli angoli della vita quotidiana che ritraggono l’amore in tutte le sue forme, dal più romantico al più casalingo, passando per l’idealizzazione di quel sentimento che unisce tutti gli uomini verso la vita.

​Qui il bianco&nero è preponderante; i contrasti sono molto accentuati, danno un aspetto laccato all’immagine che evidenzia il ruolo della luce nello scatto e nel contempo gli imprime un filo di drammaticità.

Alcune delle fotografie che la fotografa stessa ricorda più affettuosamente sono quelle improvvisate, frammenti di emozioni e personalità che emergono naturalmente: un Mick Jagger in ascensore, un John Lennon che improvvisamente si spoglia e si rannicchia al fianco di sua moglie, piccoli spezzoni di vita di coppia estratti dal proprio bagaglio personale.

​Non sorprende quindi che tante personalità abbiano riconosciuto il talento di un’autrice così versatile e abbiano desiderato essere immortalate proprio da lei.

​Il lavoro sui ritratti è forse il più noto: dalla Regina Elisabetta II, passando per il Presidente Obama e la sua famiglia, fino a vip ed artisti come Leonardo Di Caprio, Angelina Jolie, lennon, Maryl Streep e molti altri.

Sono immagini molto diverse tra loro, per tecnica, scelte e composizione. Ogni elemento dell’immagine lavora con gli altri per dare tridimensionalità emotiva alla rappresentazione.

​Annie ricerca la bellezza all’interno delle sue fotografie e riesce a trovarla avvicinandosi all’anima dei suoi soggetti ma riuscendo nel contempo a mantenere un sottile velo di distacco che gli permette di raccontare, in maniera quasi imparziale, anche gli ultimi giorni di vita della sua compagna.

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Martin Parr

E’ uno dei fotografi contemporanei più influenti, noto per il suo sguardo ironico e tagliente sulla società britannica e globale. La sua biografia è un intreccio di osservazione antropologica, critica sociale e passione per la quotidianità, raccontata attraverso immagini che mescolano colore, sarcasmo e poesia.

Martin Parr nasce a Epsom, nel Surrey, il 23 maggio 1952. Cresce in un contesto borghese che diventerà presto oggetto delle sue riflessioni fotografiche: la vita ordinaria, i rituali della classe media, le abitudini di consumo. Fin da giovane mostra interesse per la fotografia e, tra il 1970 e il 1973, studia al Manchester Polytechnic, dove sviluppa un approccio documentario e antropologico.

Negli anni Settanta e Ottanta Parr inizia a lavorare come fotoreporter e docente. I suoi primi progetti, come Bad Weather (1982) e The Last Resort (1986), rivelano già la sua cifra stilistica: un uso audace del colore, un’attenzione ironica ai dettagli della vita quotidiana e una capacità di trasformare scene banali in icone della cultura contemporanea.

Con The Cost of Living (1989) e Common Sense (1999), Parr diventa un vero e proprio cronista visivo della società britannica, documentando con sarcasmo e precisione l’era Thatcher e il consumismo globale.

Nel 1994 entra a far parte di Magnum Photos, la prestigiosa agenzia internazionale di fotogiornalismo. È il primo fotografo britannico ad assumere un ruolo così centrale, e negli anni successivi diventa anche presidente dell’agenzia. La sua influenza cresce a livello mondiale: Parr espone in musei e gallerie, pubblica decine di libri e realizza progetti che spaziano dalla fotografia di viaggio alla moda, sempre con il suo stile diretto e pungente.

Parr è riconosciuto per il suo uso saturo del colore, la predilezione per soggetti comuni e la capacità di trasformare il banale in straordinario. Le sue fotografie raccontano supermercati, spiagge affollate, matrimoni, turisti e mercati, con uno sguardo che oscilla tra ironia e critica sociale. Lui stesso ha dichiarato di preferire “il supermercato della mia città” alle grandi tragedie, perché è lì che si riflette la vera natura della società.

Oggi Martin Parr vive e lavora a Bristol. È considerato il fotografo inglese più celebre e celebrato della sua generazione, capace di influenzare non solo la fotografia documentaria ma anche la cultura visiva contemporanea. Le sue opere sono presenti nelle principali collezioni internazionali e continuano a stimolare dibattiti sul ruolo della fotografia come specchio della società.

Martin Parr ha trasformato la fotografia in un linguaggio di critica sociale, raccontando con ironia e precisione la quotidianità della classe media e il consumismo globale. La sua eredità è quella di un autore che ha reso il banale straordinario, e che continua a essere un punto di riferimento per chi vede nella fotografia non solo estetica, ma anche racconto e riflessione.

 

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Ferdinando Scianna

E’ uno dei grandi maestri della fotografia italiana, capace di trasformare ogni immagine in racconto e memoria. Nato a Bagheria, in Sicilia, nel 1943, ha attraversato oltre sessant’anni di storia culturale con uno sguardo unico, sospeso tra documento e poesia.

Scianna cresce in una Sicilia ancora profondamente rurale, dove le tradizioni popolari e la religiosità permeano la vita quotidiana. È proprio lì, negli anni Sessanta, che inizia a fotografare con passione, raccontando feste religiose, volti e paesaggi della sua terra. Queste prime immagini non sono semplici testimonianze: diventano un modo per interpretare il mondo, per dare forma visiva a ciò che altrimenti resterebbe invisibile.

Il suo talento viene presto riconosciuto da Leonardo Sciascia, con cui stringe un sodalizio umano e intellettuale. Insieme pubblicano nel 1965 Feste religiose in Sicilia, un libro che segna l’inizio della sua carriera e lo consacra come fotografo capace di unire rigore documentario e sensibilità letteraria.

Negli anni successivi Scianna amplia il suo orizzonte: lavora come fotoreporter, giornalista e autore di saggi. Collabora con riviste e quotidiani, viaggia, racconta guerre, attualità e società. Nel 1982 diventa il primo fotografo italiano a entrare nell’agenzia Magnum Photos, una delle più prestigiose al mondo.

Parallelamente si dedica alla fotografia di moda, portando il suo stile diretto e narrativo anche in un ambito spesso dominato dall’estetica patinata. Le sue immagini, invece, restano radicate nella realtà, capaci di fondere eleganza e verità.

Scianna considera la fotografia un linguaggio, non un semplice strumento. Per lui ogni scatto è un atto di interpretazione: “faccio fotografie perché il mondo è lì, non che il mondo sia lì perché io le faccia”. Il suo lavoro oscilla tra documento e poesia, tra cronaca e meditazione, sempre con la consapevolezza che l’immagine è memoria e racconto.

Ha fotografato la Sicilia, la fede, la moda, il viaggio, il sonno, l’identità. Ha collaborato con intellettuali come Jorge Luis Borges e Piergiorgio Branzi, arricchendo la sua ricerca con dialoghi fecondi tra parola e immagine.

Le sue opere sono state esposte in mostre internazionali e raccolte in numerosi libri. Tra i titoli più noti: Autoritratto di un fotografo (2011), Visti & scritti (2014), Quelli di Bagheria (2002). Oggi Scianna è considerato uno dei fotografi italiani viventi più autorevoli, ammirato per la capacità di coniugare rigore formale e profondità umana.

In sintesi, la biografia di Ferdinando Scianna è la storia di un uomo che ha fatto della fotografia un modo di pensare e di vivere. Dalla Sicilia delle feste religiose alla scena internazionale di Magnum Photos, il suo percorso testimonia come l’immagine possa diventare racconto, memoria e coscienza collettiva.

 

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Angelo Frontoni 

nacque a Roma il 1º marzo 1929, in una famiglia numerosa e profondamente radicata nella vita quotidiana della città. Il padre gestiva un forno celebre per la “pizza romana”, ma il giovane Angelo scelse presto di seguire un’altra strada. Nonostante le aspettative familiari, la sua curiosità e la sua sensibilità lo spinsero verso la fotografia, un linguaggio che avrebbe trasformato in arte e mestiere.

La sua formazione fu in gran parte autodidatta, ma ebbe un passaggio fondamentale a Parigi, dove affinò lo sguardo e imparò a muoversi tra le luci e le ombre con naturalezza. Tornato in Italia, iniziò a frequentare gli ambienti del cinema e dello spettacolo, proprio negli anni in cui Cinecittà stava vivendo la sua stagione d’oro.

Il momento di svolta arrivò nel 1957, quando riuscì a fotografare Gina Lollobrigida. Quell’incontro segnò l’inizio di una carriera travolgente: da lì in avanti Frontoni divenne il fotografo prediletto delle attrici e dei registi, capace di cogliere la bellezza senza mai cadere nella volgarità. Claudia Cardinale, Virna Lisi, Stefania Sandrelli, Sophia Loren, le gemelle Kessler e molte altre icone del cinema italiano e internazionale si affidarono al suo obiettivo. Persino star di Hollywood come Natalie Wood e Ava Gardner furono ritratte da lui, confermando la sua fama oltre i confini nazionali.

Il suo stile era inconfondibile: elegante, sobrio, attento ai dettagli. Frontoni non cercava la posa artificiosa, ma la spontaneità, il momento in cui il volto rivelava un’emozione autentica. Nei suoi scatti le dive apparivano luminose, ma mai distanti; seducenti, ma sempre rispettate nella loro individualità. Era questa capacità di equilibrio che lo rese unico e che gli permise di costruire un archivio straordinario.

Oggi il patrimonio fotografico di Angelo Frontoni conta oltre mezzo milione di immagini, un tesoro che racconta non solo la storia del cinema, ma anche l’evoluzione del costume e della società italiana dagli anni ’50 in avanti. Ogni fotografia è un frammento di memoria, un tassello di un mosaico che restituisce il fascino di un’epoca irripetibile.

Frontoni morì a Roma il 4 luglio 2002, ma la sua eredità continua a vivere nelle mostre e nelle retrospettive che celebrano il suo lavoro. Le sue immagini non sono semplici ritratti: sono racconti visivi, testimonianze di un tempo in cui il cinema era sogno e le attrici erano regine di un immaginario collettivo.

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Steve McCurry 

nato a Filadelfia il 23 aprile 1950 è un fotografo statunitense, membro della Magnum Photos, noto per i suoi reportage che spaziano dalla street photography alla fotografia di guerra, dalla fotografia urbana al ritratto. La sua immagine più celebre è Ragazza afgana.

McCurry è nato in un sobborgo di Filadelfia, Pennsylvania. Ha frequentato la Marple Newtown High School e successivamente la Penn State University, dove ha studiato fotografia e cinema, laureandosi infine in teatro nel 1974. Si è avvicinato alla fotografia collaborando con il quotidiano universitario The Daily Collegian.

Dopo due anni al Today’s Post presso King of Prussia, partì per l’India come fotografo freelance. Fu lì che imparò a osservare e attendere la vita. “Se sai aspettare,” disse, “le persone si dimenticano della tua macchina fotografica e la loro anima esce allo scoperto.”

La sua carriera decollò quando, travestito con abiti tradizionali, attraversò il confine tra Pakistan e Afghanistan poco prima dell’invasione sovietica. Tornò con rotoli di pellicola cuciti tra i vestiti: immagini che furono tra le prime a mostrare il conflitto al mondo. Questo lavoro gli valse la Robert Capa Gold Medal.

McCurry ha documentato numerosi conflitti internazionali: Iran-Iraq, Libano, Cambogia, Filippine, Afghanistan e la Guerra del Golfo. Le sue fotografie sono apparse su riviste di tutto il mondo, e collabora regolarmente con il National Geographic Magazine. È membro della Magnum Photos dal 1986.

Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Magazine Photographer of the Year, il World Press Photo Contest (vinto per quattro anni consecutivi), l’Olivier Rebbot Memorial Award e molti altri.

McCurry si concentra sulle conseguenze umane della guerra, cercando di catturare l’essenza dell’esperienza umana. “La maggior parte delle mie foto è radicata nella gente. Cerco il momento in cui si affaccia l’anima più genuina, in cui l’esperienza s’imprime sul volto di una persona.”

Nel 2003 è stato protagonista del documentario Il volto della condizione umana, diretto dal regista francese Denis Delestrac. Nel 2013 ha realizzato il calendario Pirelli, fotografando 11 donne impegnate in progetti umanitari. Propone workshop fotografici a New York e in Asia.

La ragazza afgana

Il suo ritratto più celebre, Ragazza afgana, fu scattato in un campo profughi vicino a Peshawar, in Pakistan. L’immagine è diventata una delle più iconiche della rivista National Geographic, apparsa sulla copertina di giugno 1985. È stata utilizzata anche da Amnesty International e in numerosi poster e calendari.

L’identità della ragazza, Sharbat Gula, è rimasta sconosciuta per 17 anni, finché McCurry e un team del National Geographic la ritrovarono nel 2002. “La sua pelle è segnata, ora ci sono le rughe, ma lei è esattamente così straordinaria come lo era tanti anni fa,” disse McCurry.

Nel novembre 2021, l’Italia ha accolto Sharbat Gula nel contesto del programma di evacuazione dei cittadini afghani.

Mostre

McCurry ha esposto le sue opere in tutto il mondo. La sua prima mostra fu a Losanna nel 2001, curata dall’agenzia Leo Burnett insieme al pittore Umberto Pettinicchio. Ha esposto a Venezia, Forlì, Pordenone, Torino, Otranto, Firenze e Pisa.

Nel 2017, Bruxelles gli ha dedicato una retrospettiva con oltre 200 scatti, esposti al Palais de la Bourse. Al MUDEC di Milano ha presentato la mostra Animals, con 60 foto dedicate all’impatto ambientale e faunistico nei luoghi di conflitto. Nel 2019-2020, a Forlì, ha esposto Cibo, una riflessione sul valore culturale e sociale del cibo.

Kodacrome

McCurry ha dichiarato di preferire la pellicola al digitale. Nel 2010, Eastman Kodak gli ha affidato l’ultimo rullino di pellicola Kodachrome, sviluppato da Dwayne’s Photo in Kansas. “Ho fotografato per 30 anni e ho centinaia di migliaia di immagini su Kodachrome nel mio archivio. Sto cercando di scattare 36 foto che agiscano come una sorta di conclusione, per celebrare la scomparsa di Kodachrome. È stata una pellicola meravigliosa.”

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Francis Giacobetti

Nato in una famiglia benestante di Marsiglia, Francis André Martin Giacobetti è stato studente del Collège de Juilly.

Nel 1957, all’età di 18 anni, scopre la fotografia e viene assunto come assistente di Maurice Tabard, allora a capo dello studio fotografico della rivista Marie Claire, dove collaborava con couturier come Pierre Balmain, Madame Grès ed Elsa Schiaparelli.

Affascinato dai nuovi processi della fotografia a colori, a 20 anni viene nominato “consulente del colore” per Paris Match. Quattro anni dopo incontra Daniel Filipacchi e diventa reporter, fotografo e art director per la rivista Lui, firmando con quattordici pseudonimi. Collabora anche con l’edizione francese di Playboy dagli anni ’60 agli anni ’80. È stato il fotografo del calendario Pirelli nel 1970 e nel 1971.

Nel 1978 dirige il film Emmanuelle l’antivierge, secondo capitolo della celebre serie cinematografica, e nel 1984 produce Emmanuelle 4.

Successivamente si allontana dalle foto erotiche e viene inviato da Paris Match a ritrarre figure di rilievo come Fidel Castro, Mikhail Gorbaciov e Gabriel García Márquez.

Nel 1984 avvia una serie di ritratti di celebrità che include oltre 200 soggetti, tra cui Federico Fellini, Stephen Hawking, Françoise Sagan, Philippe Starck e Yehudi Menuhin.

Nell’autunno del 1991 incontra Francis Bacon e realizza una serie di 200 fotografie del pittore, esposte in numerose mostre. Un libro dedicato al progetto, previsto per il 2005, viene cancellato a causa di una controversia legale con l’erede di Bacon, nonostante l’autorizzazione scritta del pittore.

Residente a Neuilly-sur-Seine, Francis Giacobetti è morto per arresto cardiorespiratorio il 7 giugno 2025, all’età di 85 anni, presso l’ospedale franco-britannico di Levallois-Perret

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Henry Cartier Bresson

nasce a Chanteloup nel 1908, da una ricca e influente famiglia francese. Trascorre gran parte della sua giovinezza immerso nell’atmosfera bohémien di Parigi. Da giovane provò a intraprendere la carriera di pittore, fu allievo del pittore André Lhote. Negli anni 20 fu molto vicino al movimento surrealista, da cui mutuò l’interpretazione dei dettagli disseminati nella vita quotidiana. In una delle sue più celebri frasi afferma: “La fotografia può fissare l’eternità in un istante”.

Fu proprio la frustrazione per gli scarsi risultati come pittore a fargli scoprire la fotografia durante un periodo di convalescenza a Parigi, e a fargli scegliere una Leica 35 mm come strumento espressivo. Le foto surrealiste scattate durante i suoi viaggi in Messico e in Europa fra il 1932 e il 1935 lo resero famoso come art-photographer a New York.

Al suo ritorno in Francia, nel 1937, iniziò a dedicarsi al fotogiornalismo dopo un periodo di apprendistato come regista presso Jean Renoir.

Durante la Seconda guerra mondiale entra a far parte della resistenza francese. Catturato dai nazisti, riuscì a scappare e arrivare in tempo per documentare la liberazione di Parigi nel 1944.

Nel 1947 è tra i fondatori della storica agenzia Magnum; nel ’53 pubblica Il momento decisivo, considerato una vera e propria “Bibbia” per tutti i fotografi di reportage. Fu attivo come fotogiornalista fino alla fine degli anni ’70.

Henri Cartier-Bresson è probabilmente il fotografo più influente del ’900, tanto da essersi guadagnato il soprannome di “occhio del secolo”. Anche se questa affermazione può essere difficile da dimostrare, in pochi negheranno che le sue fotografie in bianco e nero, la sua estetica del “momento decisivo”, siano state il modello predominante di tutto il secolo scorso, e probabilmente anche di questo.

Anche se al giorno d’oggi Cartier-Bresson è principalmente riconosciuto come fotogiornalista e ritrattista, lui ha sempre considerato la fotografia come una forma d’arte, un’estensione della pittura. Usava la sua Leica come un “album da disegno meccanico”, e si dimostrò subito in grado di ritagliare immagini dalla vita quotidiana con una precisione e un tempismo ineguagliabili, ma soprattutto andando immediatamente al cuore del problema.

Dopo i primi anni, segnati dall’influenza del Surrealismo, negli anni 30 maturò una coscienza politica e sociale, che lo portò a impegnarsi nel fotogiornalismo, un settore che successivamente nobilitò fondando l’agenzia fotografica Magnum e pubblicando Il momento decisivo. Molti sostengono che elevò il fotogiornalismo, fino a quel momento poco considerato, al livello di vera e propria arte.

Il suo approccio prevedeva di allineare “testa, occhio e cuore”, e di scattare più fotografie possibili, finché dalla massa non ne emergeva una in cui tutti gli elementi erano disposti perfettamente e capaci di simbolizzare un evento, una persona o un luogo. Questa filosofia, che ricorda quella de Lo Zen e il tiro con l’arco, ha ispirato migliaia di fotografi, professionisti e amatoriali.

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Sebastião Ribeiro Salgado Júnior,

nato in Brasile ad Aimorés l’8 febbraio 1944, è stato un’eccellenza della fotografia, capace di commuovere intere generazioni con l’intelligenza del suo sguardo, con un modo di scattare del tutto personale, una rara capacità di andare a fondo nella sostanza del reale, il coraggio di avvicinarsi con la sua fedele alleata ai soggetti senza elargire giudizi, con l’umiltà che pone di fronte alla verità, anche più cruda e difficile da accettare. Della scomparsa del fotografo brasiliano, che si è spento a Parigi (dove viveva da molti anni) all’età di 81 anni, dà ora notizia l’Istituto Terra, da lui fondato nel 1998 per concentrarsi sul restauro ambientale, a testimoniare l’impegno di Salgado a sostegno dell’ecosistema brasiliano e, più in generale, della biodiversità sul Pianeta. La causa della morte non è ancora stata resa nota, ma motivi di salute gli avevano impedito, negli ultimi mesi, di partecipare a eventi pubblici già programmati.
Dopo una formazione universitaria di economista e statistico decide, in seguito ad una missione in Africa, di diventare fotografo. Nel 1973 realizza un reportage sulla siccità del Sahel, cui ne segue un altro sulle condizioni di vita dei lavoratori immigrati in Europa. Nel 1974 entra nell’agenzia Sygma e documenta la rivoluzione in Portogallo e la guerra coloniale in Angola e in Mozambico. Nel 1975 entra a far parte dell’agenzia Gamma ed in seguito, nel 1979, della celebre cooperativa di fotografi Magnum Photos.Nel 1994 lascia la Magnum per creare, insieme a Lélia Wanick Salgado, Amazonas Images, una struttura autonoma completamente dedicata al suo lavoro. Salgado si occupa soprattutto di reportage di impianto umanitario e sociale, dedicando mesi, se non addirittura anni, a sviluppare e approfondire tematiche di ampio respiro. A titolo di esempio, possiamo citare i lunghi viaggi che, per sei anni, lo portano in America Latina per documentarsi sulla vita delle campagne; questo lavoro ha dato vita al libro Other Americas.

Durante i sei anni successivi Salgado concepisce e realizza un progetto sul lavoro nei settori di base della produzione. Il risultato è La mano dell’uomo una pubblicazione monumentale di 400 pagine, uscita nel 1993, tradotta in sette lingue e accompagnata da una mostra presentata finora in oltre sessanta musei e luoghi espositivi di tutto il mondo.

Dal 1993 al 1999 Salgado lavora sul tema delle migrazioni umane. I suoi reportages sono pubblicati con regolarità da molte riviste internazionali. Oggi, questo lavoro è presentato nei volumi In Cammino e Ritratti di bambini in cammino, due opere che accompagnano la mostra omonima edite in Italia da Contrasto. Nel 2013 Salgado ha dato il suo sostegno alla campagna di Survival International per salvare gli Awá del Brasile, la tribù più minacciata del mondo Nell’agosto 2013 O Globo ha pubblicato un lungo articolo sulla tribù, corredato dalle sue fotografie.

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Richard Avedon, 

nacque a New York nel 1923 e sin dalla tenera età la madre Anna, la cui famiglia era proprietaria di una sartoria, gli trasmise l’amore per la moda e l’arte. Avedon manifestò l’interesse per la fotografia all’età di 12 anni, quando entrò a far parte del Young Men’s Hebrew Association (YMHA) Camera Club. La sua prima modella e musa fu la sorella più piccola, Louise. Dopo aver abbandonato il college, entrò nella Marina mercantile, dove venne assegnato alle autopsie e alle foto d’identità. Nel frattempo, per diletto, scattava anche dei ritratti ai suoi compagni di camerata. Nel 1944 si unì al gruppo della rivista di moda Harper’s Bazaar, grazie all’amico e art director della rivista, Alexey Brodovitch. Rimase nel gruppo per dodici anni rivoluzionando il concetto di foto nella moda: Avedon collocava infatti le modelle, solitamente irrigidite e statiche nelle pose, per strada o in locali notturni. Inoltre le faceva sorridere, ammiccare e ridere. Tuttavia la sua unica e vera musa resta Audrey Hepburn: Avedon era incantato dalla bravura dell’attrice di fronte alla macchina fotografica. Riusciva a posare senza sforzo e a rendere ogni scatto un’opera d’arte. Negli anni ’60-70 Avedon seguì Diana Vreeland, direttrice di Vogue America, alla rivista e cominciò a lavorare firmando gran parte delle copertine fino all’arrivo di Anna Wintour nel 1988. Nel frattempo Avedon realizzò anche le campagne pubblicitarie per diversi brand, tra cui Gianni Versace, Calvin Klein e Revlon e lavorò con altre riviste specializzate, come Life.

Nel 1992 diventò collaboratore fisso per le prestigiose riviste The New Yorker e Rolling Stone, mentre nel 1995 e 1997 realizzò le edizioni del prestigioso calendario Pirelli. Nel 2003, un anno prima della sua morte, venne insignito Membro Onorario della The Royal Photographic Society e ricevette la medaglia in occasione del 150esimo Anniversario dell’istituzione come riconoscimento al contributo straordinario che ha dato nel campo della fotografia. Richard Avedon è divenuto celebre per i suoi innumerevoli ritratti in bianco e nero e i suoi reportage di guerra, come quello degli orfani di Danang durante la guerra del Vietnam.
È sempre stato interessato a come la ritrattistica riesca a catturare la personalità e l’anima del suo soggetto. Tra i volti famosi che ha ritratto con la sua macchina fotografica è possibile annoverare Buster Keaton, Marian Anderson, Marilyn Monroe, Sophia Loren, i Beatles, Marella Agnelli, Ezra Pound, Isak Dinesen, Dwight D. Eisenhower, Andy Warhol, e il Chicago Seven. I suoi ritratti sono facilmente distinguibili per il loro stile minimalista, in cui la persona guarda ad angolo retto nella fotocamera, posta di fronte a uno sfondo bianco puro. Eliminando l’uso di luci soffuse e oggetti di scena, Avedon è stato in grado di concentrarsi sui mondi interiori dei suoi soggetti, capaci di evocare emozioni e reazioni.

Le opere di Richard Avedon oggi arricchiscono le collezioni del Museum of Modern Art e Metropolitan Museum of Art di New York, del Centre Georges Pompidou di Parigi e di molti altri musei ed esposizioni in tutto il mondo.

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Dorothea Lange

Dorothea Lange si avvicina alla fotografia nel 1915, imparandone la tecnica grazie ai corsi di Clarence H. White alla Columbia University. Nel 1919 apre il proprio studio di ritrattistica a San Francisco, attività che abbandona negli anni Trenta per dedicarsi a una ricerca di impronta sociale e a documentare gli effetti della Grande Depressione. Fra il 1931 e il 1933 compie diversi viaggi nello Utah, in Nevada e in Arizona.

Nel 1936 si unisce alla Farm Security Administration (FSA). All’interno di questo progetto epocale realizza alcuni dei suoi reportage più famosi, nonostante alcuni contrasti con Roy Stryker (a capo della divisione di informazione della FSA) in merito alle proprie scelte stilistiche.

Nel 1940 ottiene un Guggenheim Fellowship (un importante riconoscimento concesso ogni anno, dal 1925, dalla statunitense John Simon Guggenheim Memorial Foundation a chi ha dimostrato capacità eccezionali nella produzione culturale o eccezionali capacità creative nelle arti.). All’inizio degli anni Cinquanta si unisce alla redazione di Life e si dedica all’insegnamento presso l’Art Institute di San Francisco.

Muore nel 1965, a pochi mesi dall’importante mostra che stava preparando al Museum of Modern Art di New York. Fra le esposizioni più recenti si ricordano Politics of Seeing al Jeu de Paume di Parigi nel 2018 e Words & Pictures al MoMA nel 2020.

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