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Ferdinando Scianna

E’ uno dei grandi maestri della fotografia italiana, capace di trasformare ogni immagine in racconto e memoria. Nato a Bagheria, in Sicilia, nel 1943, ha attraversato oltre sessant’anni di storia culturale con uno sguardo unico, sospeso tra documento e poesia.

Scianna cresce in una Sicilia ancora profondamente rurale, dove le tradizioni popolari e la religiosità permeano la vita quotidiana. È proprio lì, negli anni Sessanta, che inizia a fotografare con passione, raccontando feste religiose, volti e paesaggi della sua terra. Queste prime immagini non sono semplici testimonianze: diventano un modo per interpretare il mondo, per dare forma visiva a ciò che altrimenti resterebbe invisibile.

Il suo talento viene presto riconosciuto da Leonardo Sciascia, con cui stringe un sodalizio umano e intellettuale. Insieme pubblicano nel 1965 Feste religiose in Sicilia, un libro che segna l’inizio della sua carriera e lo consacra come fotografo capace di unire rigore documentario e sensibilità letteraria.

Negli anni successivi Scianna amplia il suo orizzonte: lavora come fotoreporter, giornalista e autore di saggi. Collabora con riviste e quotidiani, viaggia, racconta guerre, attualità e società. Nel 1982 diventa il primo fotografo italiano a entrare nell’agenzia Magnum Photos, una delle più prestigiose al mondo.

Parallelamente si dedica alla fotografia di moda, portando il suo stile diretto e narrativo anche in un ambito spesso dominato dall’estetica patinata. Le sue immagini, invece, restano radicate nella realtà, capaci di fondere eleganza e verità.

Scianna considera la fotografia un linguaggio, non un semplice strumento. Per lui ogni scatto è un atto di interpretazione: “faccio fotografie perché il mondo è lì, non che il mondo sia lì perché io le faccia”. Il suo lavoro oscilla tra documento e poesia, tra cronaca e meditazione, sempre con la consapevolezza che l’immagine è memoria e racconto.

Ha fotografato la Sicilia, la fede, la moda, il viaggio, il sonno, l’identità. Ha collaborato con intellettuali come Jorge Luis Borges e Piergiorgio Branzi, arricchendo la sua ricerca con dialoghi fecondi tra parola e immagine.

Le sue opere sono state esposte in mostre internazionali e raccolte in numerosi libri. Tra i titoli più noti: Autoritratto di un fotografo (2011), Visti & scritti (2014), Quelli di Bagheria (2002). Oggi Scianna è considerato uno dei fotografi italiani viventi più autorevoli, ammirato per la capacità di coniugare rigore formale e profondità umana.

In sintesi, la biografia di Ferdinando Scianna è la storia di un uomo che ha fatto della fotografia un modo di pensare e di vivere. Dalla Sicilia delle feste religiose alla scena internazionale di Magnum Photos, il suo percorso testimonia come l’immagine possa diventare racconto, memoria e coscienza collettiva.

 

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Angelo Frontoni 

Angelo Frontoni nacque a Roma il 1º marzo 1929, in una famiglia numerosa e profondamente radicata nella vita quotidiana della città. Il padre gestiva un forno celebre per la “pizza romana”, ma il giovane Angelo scelse presto di seguire un’altra strada. Nonostante le aspettative familiari, la sua curiosità e la sua sensibilità lo spinsero verso la fotografia, un linguaggio che avrebbe trasformato in arte e mestiere.

La sua formazione fu in gran parte autodidatta, ma ebbe un passaggio fondamentale a Parigi, dove affinò lo sguardo e imparò a muoversi tra le luci e le ombre con naturalezza. Tornato in Italia, iniziò a frequentare gli ambienti del cinema e dello spettacolo, proprio negli anni in cui Cinecittà stava vivendo la sua stagione d’oro.

Il momento di svolta arrivò nel 1957, quando riuscì a fotografare Gina Lollobrigida. Quell’incontro segnò l’inizio di una carriera travolgente: da lì in avanti Frontoni divenne il fotografo prediletto delle attrici e dei registi, capace di cogliere la bellezza senza mai cadere nella volgarità. Claudia Cardinale, Virna Lisi, Stefania Sandrelli, Sophia Loren, le gemelle Kessler e molte altre icone del cinema italiano e internazionale si affidarono al suo obiettivo. Persino star di Hollywood come Natalie Wood e Ava Gardner furono ritratte da lui, confermando la sua fama oltre i confini nazionali.

Il suo stile era inconfondibile: elegante, sobrio, attento ai dettagli. Frontoni non cercava la posa artificiosa, ma la spontaneità, il momento in cui il volto rivelava un’emozione autentica. Nei suoi scatti le dive apparivano luminose, ma mai distanti; seducenti, ma sempre rispettate nella loro individualità. Era questa capacità di equilibrio che lo rese unico e che gli permise di costruire un archivio straordinario.

Oggi il patrimonio fotografico di Angelo Frontoni conta oltre mezzo milione di immagini, un tesoro che racconta non solo la storia del cinema, ma anche l’evoluzione del costume e della società italiana dagli anni ’50 in avanti. Ogni fotografia è un frammento di memoria, un tassello di un mosaico che restituisce il fascino di un’epoca irripetibile.

Frontoni morì a Roma il 4 luglio 2002, ma la sua eredità continua a vivere nelle mostre e nelle retrospettive che celebrano il suo lavoro. Le sue immagini non sono semplici ritratti: sono racconti visivi, testimonianze di un tempo in cui il cinema era sogno e le attrici erano regine di un immaginario collettivo.

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Steve McCurry 

nato a Filadelfia il 23 aprile 1950 è un fotografo statunitense, membro della Magnum Photos, noto per i suoi reportage che spaziano dalla street photography alla fotografia di guerra, dalla fotografia urbana al ritratto. La sua immagine più celebre è Ragazza afgana.

McCurry è nato in un sobborgo di Filadelfia, Pennsylvania. Ha frequentato la Marple Newtown High School e successivamente la Penn State University, dove ha studiato fotografia e cinema, laureandosi infine in teatro nel 1974. Si è avvicinato alla fotografia collaborando con il quotidiano universitario The Daily Collegian.

Dopo due anni al Today’s Post presso King of Prussia, partì per l’India come fotografo freelance. Fu lì che imparò a osservare e attendere la vita. “Se sai aspettare,” disse, “le persone si dimenticano della tua macchina fotografica e la loro anima esce allo scoperto.”

La sua carriera decollò quando, travestito con abiti tradizionali, attraversò il confine tra Pakistan e Afghanistan poco prima dell’invasione sovietica. Tornò con rotoli di pellicola cuciti tra i vestiti: immagini che furono tra le prime a mostrare il conflitto al mondo. Questo lavoro gli valse la Robert Capa Gold Medal.

McCurry ha documentato numerosi conflitti internazionali: Iran-Iraq, Libano, Cambogia, Filippine, Afghanistan e la Guerra del Golfo. Le sue fotografie sono apparse su riviste di tutto il mondo, e collabora regolarmente con il National Geographic Magazine. È membro della Magnum Photos dal 1986.

Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Magazine Photographer of the Year, il World Press Photo Contest (vinto per quattro anni consecutivi), l’Olivier Rebbot Memorial Award e molti altri.

McCurry si concentra sulle conseguenze umane della guerra, cercando di catturare l’essenza dell’esperienza umana. “La maggior parte delle mie foto è radicata nella gente. Cerco il momento in cui si affaccia l’anima più genuina, in cui l’esperienza s’imprime sul volto di una persona.”

Nel 2003 è stato protagonista del documentario Il volto della condizione umana, diretto dal regista francese Denis Delestrac. Nel 2013 ha realizzato il calendario Pirelli, fotografando 11 donne impegnate in progetti umanitari. Propone workshop fotografici a New York e in Asia.

La ragazza afgana

Il suo ritratto più celebre, Ragazza afgana, fu scattato in un campo profughi vicino a Peshawar, in Pakistan. L’immagine è diventata una delle più iconiche della rivista National Geographic, apparsa sulla copertina di giugno 1985. È stata utilizzata anche da Amnesty International e in numerosi poster e calendari.

L’identità della ragazza, Sharbat Gula, è rimasta sconosciuta per 17 anni, finché McCurry e un team del National Geographic la ritrovarono nel 2002. “La sua pelle è segnata, ora ci sono le rughe, ma lei è esattamente così straordinaria come lo era tanti anni fa,” disse McCurry.

Nel novembre 2021, l’Italia ha accolto Sharbat Gula nel contesto del programma di evacuazione dei cittadini afghani.

Mostre

McCurry ha esposto le sue opere in tutto il mondo. La sua prima mostra fu a Losanna nel 2001, curata dall’agenzia Leo Burnett insieme al pittore Umberto Pettinicchio. Ha esposto a Venezia, Forlì, Pordenone, Torino, Otranto, Firenze e Pisa.

Nel 2017, Bruxelles gli ha dedicato una retrospettiva con oltre 200 scatti, esposti al Palais de la Bourse. Al MUDEC di Milano ha presentato la mostra Animals, con 60 foto dedicate all’impatto ambientale e faunistico nei luoghi di conflitto. Nel 2019-2020, a Forlì, ha esposto Cibo, una riflessione sul valore culturale e sociale del cibo.

Kodacrome

McCurry ha dichiarato di preferire la pellicola al digitale. Nel 2010, Eastman Kodak gli ha affidato l’ultimo rullino di pellicola Kodachrome, sviluppato da Dwayne’s Photo in Kansas. “Ho fotografato per 30 anni e ho centinaia di migliaia di immagini su Kodachrome nel mio archivio. Sto cercando di scattare 36 foto che agiscano come una sorta di conclusione, per celebrare la scomparsa di Kodachrome. È stata una pellicola meravigliosa.”

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Francis Giacobetti

Nato in una famiglia benestante di Marsiglia, Francis André Martin Giacobetti è stato studente del Collège de Juilly.

Nel 1957, all’età di 18 anni, scopre la fotografia e viene assunto come assistente di Maurice Tabard, allora a capo dello studio fotografico della rivista Marie Claire, dove collaborava con couturier come Pierre Balmain, Madame Grès ed Elsa Schiaparelli.

Affascinato dai nuovi processi della fotografia a colori, a 20 anni viene nominato “consulente del colore” per Paris Match. Quattro anni dopo incontra Daniel Filipacchi e diventa reporter, fotografo e art director per la rivista Lui, firmando con quattordici pseudonimi. Collabora anche con l’edizione francese di Playboy dagli anni ’60 agli anni ’80. È stato il fotografo del calendario Pirelli nel 1970 e nel 1971.

Nel 1978 dirige il film Emmanuelle l’antivierge, secondo capitolo della celebre serie cinematografica, e nel 1984 produce Emmanuelle 4.

Successivamente si allontana dalle foto erotiche e viene inviato da Paris Match a ritrarre figure di rilievo come Fidel Castro, Mikhail Gorbaciov e Gabriel García Márquez.

Nel 1984 avvia una serie di ritratti di celebrità che include oltre 200 soggetti, tra cui Federico Fellini, Stephen Hawking, Françoise Sagan, Philippe Starck e Yehudi Menuhin.

Nell’autunno del 1991 incontra Francis Bacon e realizza una serie di 200 fotografie del pittore, esposte in numerose mostre. Un libro dedicato al progetto, previsto per il 2005, viene cancellato a causa di una controversia legale con l’erede di Bacon, nonostante l’autorizzazione scritta del pittore.

Residente a Neuilly-sur-Seine, Francis Giacobetti è morto per arresto cardiorespiratorio il 7 giugno 2025, all’età di 85 anni, presso l’ospedale franco-britannico di Levallois-Perret

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Henry Cartier Bresson

nasce a Chanteloup nel 1908, da una ricca e influente famiglia francese. Trascorre gran parte della sua giovinezza immerso nell’atmosfera bohémien di Parigi. Da giovane provò a intraprendere la carriera di pittore, fu allievo del pittore André Lhote. Negli anni 20 fu molto vicino al movimento surrealista, da cui mutuò l’interpretazione dei dettagli disseminati nella vita quotidiana. In una delle sue più celebri frasi afferma: “La fotografia può fissare l’eternità in un istante”.

Fu proprio la frustrazione per gli scarsi risultati come pittore a fargli scoprire la fotografia durante un periodo di convalescenza a Parigi, e a fargli scegliere una Leica 35 mm come strumento espressivo. Le foto surrealiste scattate durante i suoi viaggi in Messico e in Europa fra il 1932 e il 1935 lo resero famoso come art-photographer a New York.

Al suo ritorno in Francia, nel 1937, iniziò a dedicarsi al fotogiornalismo dopo un periodo di apprendistato come regista presso Jean Renoir.

Durante la Seconda guerra mondiale entra a far parte della resistenza francese. Catturato dai nazisti, riuscì a scappare e arrivare in tempo per documentare la liberazione di Parigi nel 1944.

Nel 1947 è tra i fondatori della storica agenzia Magnum; nel ’53 pubblica Il momento decisivo, considerato una vera e propria “Bibbia” per tutti i fotografi di reportage. Fu attivo come fotogiornalista fino alla fine degli anni ’70.

Henri Cartier-Bresson è probabilmente il fotografo più influente del ’900, tanto da essersi guadagnato il soprannome di “occhio del secolo”. Anche se questa affermazione può essere difficile da dimostrare, in pochi negheranno che le sue fotografie in bianco e nero, la sua estetica del “momento decisivo”, siano state il modello predominante di tutto il secolo scorso, e probabilmente anche di questo.

Anche se al giorno d’oggi Cartier-Bresson è principalmente riconosciuto come fotogiornalista e ritrattista, lui ha sempre considerato la fotografia come una forma d’arte, un’estensione della pittura. Usava la sua Leica come un “album da disegno meccanico”, e si dimostrò subito in grado di ritagliare immagini dalla vita quotidiana con una precisione e un tempismo ineguagliabili, ma soprattutto andando immediatamente al cuore del problema.

Dopo i primi anni, segnati dall’influenza del Surrealismo, negli anni 30 maturò una coscienza politica e sociale, che lo portò a impegnarsi nel fotogiornalismo, un settore che successivamente nobilitò fondando l’agenzia fotografica Magnum e pubblicando Il momento decisivo. Molti sostengono che elevò il fotogiornalismo, fino a quel momento poco considerato, al livello di vera e propria arte.

Il suo approccio prevedeva di allineare “testa, occhio e cuore”, e di scattare più fotografie possibili, finché dalla massa non ne emergeva una in cui tutti gli elementi erano disposti perfettamente e capaci di simbolizzare un evento, una persona o un luogo. Questa filosofia, che ricorda quella de Lo Zen e il tiro con l’arco, ha ispirato migliaia di fotografi, professionisti e amatoriali.

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Sebastião Ribeiro Salgado Júnior,

nato in Brasile ad Aimorés l’8 febbraio 1944, è stato un’eccellenza della fotografia, capace di commuovere intere generazioni con l’intelligenza del suo sguardo, con un modo di scattare del tutto personale, una rara capacità di andare a fondo nella sostanza del reale, il coraggio di avvicinarsi con la sua fedele alleata ai soggetti senza elargire giudizi, con l’umiltà che pone di fronte alla verità, anche più cruda e difficile da accettare. Della scomparsa del fotografo brasiliano, che si è spento a Parigi (dove viveva da molti anni) all’età di 81 anni, dà ora notizia l’Istituto Terra, da lui fondato nel 1998 per concentrarsi sul restauro ambientale, a testimoniare l’impegno di Salgado a sostegno dell’ecosistema brasiliano e, più in generale, della biodiversità sul Pianeta. La causa della morte non è ancora stata resa nota, ma motivi di salute gli avevano impedito, negli ultimi mesi, di partecipare a eventi pubblici già programmati.
Dopo una formazione universitaria di economista e statistico decide, in seguito ad una missione in Africa, di diventare fotografo. Nel 1973 realizza un reportage sulla siccità del Sahel, cui ne segue un altro sulle condizioni di vita dei lavoratori immigrati in Europa. Nel 1974 entra nell’agenzia Sygma e documenta la rivoluzione in Portogallo e la guerra coloniale in Angola e in Mozambico. Nel 1975 entra a far parte dell’agenzia Gamma ed in seguito, nel 1979, della celebre cooperativa di fotografi Magnum Photos.Nel 1994 lascia la Magnum per creare, insieme a Lélia Wanick Salgado, Amazonas Images, una struttura autonoma completamente dedicata al suo lavoro. Salgado si occupa soprattutto di reportage di impianto umanitario e sociale, dedicando mesi, se non addirittura anni, a sviluppare e approfondire tematiche di ampio respiro. A titolo di esempio, possiamo citare i lunghi viaggi che, per sei anni, lo portano in America Latina per documentarsi sulla vita delle campagne; questo lavoro ha dato vita al libro Other Americas.

Durante i sei anni successivi Salgado concepisce e realizza un progetto sul lavoro nei settori di base della produzione. Il risultato è La mano dell’uomo una pubblicazione monumentale di 400 pagine, uscita nel 1993, tradotta in sette lingue e accompagnata da una mostra presentata finora in oltre sessanta musei e luoghi espositivi di tutto il mondo.

Dal 1993 al 1999 Salgado lavora sul tema delle migrazioni umane. I suoi reportages sono pubblicati con regolarità da molte riviste internazionali. Oggi, questo lavoro è presentato nei volumi In Cammino e Ritratti di bambini in cammino, due opere che accompagnano la mostra omonima edite in Italia da Contrasto. Nel 2013 Salgado ha dato il suo sostegno alla campagna di Survival International per salvare gli Awá del Brasile, la tribù più minacciata del mondo Nell’agosto 2013 O Globo ha pubblicato un lungo articolo sulla tribù, corredato dalle sue fotografie.

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Richard Avedon, 

nacque a New York nel 1923 e sin dalla tenera età la madre Anna, la cui famiglia era proprietaria di una sartoria, gli trasmise l’amore per la moda e l’arte. Avedon manifestò l’interesse per la fotografia all’età di 12 anni, quando entrò a far parte del Young Men’s Hebrew Association (YMHA) Camera Club. La sua prima modella e musa fu la sorella più piccola, Louise. Dopo aver abbandonato il college, entrò nella Marina mercantile, dove venne assegnato alle autopsie e alle foto d’identità. Nel frattempo, per diletto, scattava anche dei ritratti ai suoi compagni di camerata. Nel 1944 si unì al gruppo della rivista di moda Harper’s Bazaar, grazie all’amico e art director della rivista, Alexey Brodovitch. Rimase nel gruppo per dodici anni rivoluzionando il concetto di foto nella moda: Avedon collocava infatti le modelle, solitamente irrigidite e statiche nelle pose, per strada o in locali notturni. Inoltre le faceva sorridere, ammiccare e ridere. Tuttavia la sua unica e vera musa resta Audrey Hepburn: Avedon era incantato dalla bravura dell’attrice di fronte alla macchina fotografica. Riusciva a posare senza sforzo e a rendere ogni scatto un’opera d’arte. Negli anni ’60-70 Avedon seguì Diana Vreeland, direttrice di Vogue America, alla rivista e cominciò a lavorare firmando gran parte delle copertine fino all’arrivo di Anna Wintour nel 1988. Nel frattempo Avedon realizzò anche le campagne pubblicitarie per diversi brand, tra cui Gianni Versace, Calvin Klein e Revlon e lavorò con altre riviste specializzate, come Life.

Nel 1992 diventò collaboratore fisso per le prestigiose riviste The New Yorker e Rolling Stone, mentre nel 1995 e 1997 realizzò le edizioni del prestigioso calendario Pirelli. Nel 2003, un anno prima della sua morte, venne insignito Membro Onorario della The Royal Photographic Society e ricevette la medaglia in occasione del 150esimo Anniversario dell’istituzione come riconoscimento al contributo straordinario che ha dato nel campo della fotografia. Richard Avedon è divenuto celebre per i suoi innumerevoli ritratti in bianco e nero e i suoi reportage di guerra, come quello degli orfani di Danang durante la guerra del Vietnam.
È sempre stato interessato a come la ritrattistica riesca a catturare la personalità e l’anima del suo soggetto. Tra i volti famosi che ha ritratto con la sua macchina fotografica è possibile annoverare Buster Keaton, Marian Anderson, Marilyn Monroe, Sophia Loren, i Beatles, Marella Agnelli, Ezra Pound, Isak Dinesen, Dwight D. Eisenhower, Andy Warhol, e il Chicago Seven. I suoi ritratti sono facilmente distinguibili per il loro stile minimalista, in cui la persona guarda ad angolo retto nella fotocamera, posta di fronte a uno sfondo bianco puro. Eliminando l’uso di luci soffuse e oggetti di scena, Avedon è stato in grado di concentrarsi sui mondi interiori dei suoi soggetti, capaci di evocare emozioni e reazioni.

Le opere di Richard Avedon oggi arricchiscono le collezioni del Museum of Modern Art e Metropolitan Museum of Art di New York, del Centre Georges Pompidou di Parigi e di molti altri musei ed esposizioni in tutto il mondo.

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Dorothea Lange

Dorothea Lange si avvicina alla fotografia nel 1915, imparandone la tecnica grazie ai corsi di Clarence H. White alla Columbia University. Nel 1919 apre il proprio studio di ritrattistica a San Francisco, attività che abbandona negli anni Trenta per dedicarsi a una ricerca di impronta sociale e a documentare gli effetti della Grande Depressione. Fra il 1931 e il 1933 compie diversi viaggi nello Utah, in Nevada e in Arizona.

Nel 1936 si unisce alla Farm Security Administration (FSA). All’interno di questo progetto epocale realizza alcuni dei suoi reportage più famosi, nonostante alcuni contrasti con Roy Stryker (a capo della divisione di informazione della FSA) in merito alle proprie scelte stilistiche.

Nel 1940 ottiene un Guggenheim Fellowship (un importante riconoscimento concesso ogni anno, dal 1925, dalla statunitense John Simon Guggenheim Memorial Foundation a chi ha dimostrato capacità eccezionali nella produzione culturale o eccezionali capacità creative nelle arti.). All’inizio degli anni Cinquanta si unisce alla redazione di Life e si dedica all’insegnamento presso l’Art Institute di San Francisco.

Muore nel 1965, a pochi mesi dall’importante mostra che stava preparando al Museum of Modern Art di New York. Fra le esposizioni più recenti si ricordano Politics of Seeing al Jeu de Paume di Parigi nel 2018 e Words & Pictures al MoMA nel 2020.

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Cheyco Leidmann

è un fotografo e artista visivo americano noto per il suo stile distintivo e provocatorio. Nato negli Stati Uniti, Leidmann ha iniziato la sua carriera negli anni ’80, diventando rapidamente famoso per le sue immagini iper-reali e le composizioni audaci. Il suo lavoro ha avuto un impatto significativo nel mondo della moda e della pubblicità, con immagini che spesso sfidano le convenzioni e provocano riflessioni.

Leidmann ha pubblicato diverse opere iconiche, tra cui il libro “Foxy Lady”, che è diventato un classico cult. Le sue opere successive, come “Sex is Blue” e “Toxytt”, hanno esplorato temi più oscuri e inquietanti, mostrando la “tossicità” della vita moderna. Ha collaborato con la stilista Ypsitylla von Nazareth in vari progetti creativi, creando un connubio unico tra moda e arte visiva.

Nel corso della sua carriera, Leidmann ha vinto numerosi premi, tra cui il prestigioso Club Gold Award del New York Art Director. La sua influenza si estende oltre la fotografia, includendo anche il cinema e la sceneggiatura. Le sue opere sono state esposte in gallerie e musei di tutto il mondo, consolidando la sua reputazione come uno degli artisti visivi più innovativi e influenti del suo tempo.

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Ugo Pons Salabelle

nasce a Napoli nel 1954. Frequenta la facoltà di Lettere e Filosofia di Napoli. Lavora prima per cinema poi per la televisione. Nel 2007/2008 è stato professore a contratto di Fotografia presso la II Università di Napoli (SUN) nel corso di laurea di Disegno Industriale per la Moda. É fotografo professionista dal 1978. Inizialmente orientato verso architettura e design, realizza vari redazionali per le maggiori testate nazionali(Vogue Casa, Domus, Modo, Abitare ed altre). Nel 1982 espone alla Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma. La sua attività fotografica si indirizza verso il ritratto e l’immagine di comunicazione.
Nel 1989 realizza le immagini per la campagna stampa in USA e Giappone di Mario Valentino e nel 1990 le immagini per il calendario Trussardi allegato alla rivista Penthouse. Fra il 1995 ed il 1997 è fotografo a contratto per Fiat Auto Spa e realizza un centinaio di portrait per le Concessionarie del Mezzogiorno.
Ha realizzato pubblicazioni e brochure commerciali nonchè campagne pubblicitarie per aziende quali: Uniform, Casuccio e Scalera, Maraolo, Mariano Rubinacci, Bioreve, Inticom, Helen Curtis, Tre Ti, Zambrano, Grinding , Cigiesse , Sole 24 ore, IPM, Colavita , Sonepar, D’Amico , Driade, Zanotta, Delta, La Stampa , Alberti, Elasis, Chantecler, Alcott, La Molisana, Cafè do Brasil, Parmalat, Deliveroo ed altre.
Ha pubblicato circa 15 volumi di arte per la casa editrice Electa e vari volumi dal 2010 al 2013 per la Mondadori Editore e Malvarosa Editore.
Tra i suoi lavori citiamo campagne stampa e affissioni nazionali ed estere: per Mario Valentino – Giappone /USA 1989, per Banco di Napoli campagna Conto Concerto- Italia 1996, e per Conto Privilegio- Italia 2000, per Agria Select- Italia 2001, MSC Crociere- Italia dal 1988 al 1996, il Giornale- Italia 1999, Maraolo -Italia 1995, Granoro- Italia 1991, Exigo- Italia 2001/2002, Carpisa- Italia 2001/2002/2003, Starlet- Italia dal 1990 al 1998 e 2000 / 2001 / 2002 / 2003 / 2004 / 2005, Yamamay- Italia 2002 , Pasta Garofalo- Italia 2002/2003/2004/2005/2006, Ministero Politiche Agricole e Forestali -Italia 2005, Caffè Motta- Italia 2006, Chantecler Italia- 2006, Tendence No Limits- 2008,De Maria Amnesty International -Italia 2009,First- Europa2009, Tendence- Europa 2011, Superga- Italia 2011 Pasta Garofalo 2015-2016 Francia.
É socio dell’ Associazione Nazionale Fotografi Professionisti dal 1992.

www.ugoponssalabelle.com

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Uwe Ommer ha effettuato i suoi primi scatti fotografici nel 1957, all’età di 14 anni. In Germania Ovest, gli è stato assegnato per tre volte (1962, 1965 e 1966) il premio nazionale annuale per il miglior fotografo nella categoria giovani.

Nel 1963, Ommer si è trasferito a Parigi, dove inizialmente ha lavorato come assistente di Jean-Pierre Ronzel, per poi avviare la propria attività indipendente.

Durante gli anni ’60 e ’70, ha collaborato principalmente con stilisti, realizzando servizi fotografici per collezioni di moda femminile e per bambini.

Negli anni ’80 e all’inizio dei ’90, Uwe Ommer ha acquisito fama internazionale con le sue fotografie di nudi femminili esotici, che sono state pubblicate in numerosi libri e riviste. Ha concentrato il suo lavoro principalmente sui continenti asiatico e africano per le location. Ommer ha anche realizzato un calendario per Pirelli nel 1984.

Nel 1995, si è dedicato alla fotografia documentaria, immortalando in circa sei anni i membri di oltre 1.000 famiglie incontrate durante i suoi viaggi nei cinque continenti. Questi lavori, raccolti nel volume “1000 Families”, sono accompagnati da interviste ai soggetti ritratti, condotte dallo stesso Ommer.

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Irving Penn è il fotografo che più di tutti ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della fotografia di moda.

Secondo Anna Wintour, storica direttrice di Vogue, rivista per cui Penn ha lavorato per sessant’anni, l’americano “ha cambiato il modo in cui le persone vedono il mondo e la percezione di cosa sia la bellezza”. Definirlo semplicemente “fotografo di moda” è probabilmente riduttivo: Penn era un artista completo, interessato a tutti gli aspetti dello studio della forma e del colore, e si avvicinò alla fotografia solo successivamente. Penn ci ha lasciato nel 2009, morendo a New York all’età di 92 anni. Le sue opere e la fondazione che porta il suo nome testimoniano ancora oggi l’importanza del suo lavoro. Per comprendere chi fosse realmente Penn, è utile fare un passo indietro e ricostruire la carriera e il percorso artistico che lo hanno reso così celebre. Penn nacque in una famiglia di emigrati di origini russo-ebraiche nell’America del 1917. Primogenito di due fratelli, ebbe l’opportunità di studiare arte grafica, esercitandosi particolarmente nel disegno e nella pittura. Uno dei suoi insegnanti, Alexey Brodovitch, fotografo russo emigrato negli Stati Uniti, divenne suo mentore e lo introdusse nella redazione di Harper’s Bazaar, nota rivista di moda e fotografia, dove Penn iniziò a lavorare come disegnatore e grafico. Insoddisfatto dell’andamento della sua carriera, decise di partire per un viaggio in Messico alla ricerca di nuove opportunità e per coltivare la sua passione per la pittura.

​Sfortunatamente le cose non andarono come previsto, a 26 anni Penn dovette ripiegare in patria, convinto che la pittura non fosse più la sua strada.

Spostatosi a New York riuscì a trovare impiego presso Vogue, altra ben nota rivista di moda. Uno dei suoi primi incarichi lo diresse a Napoli, dove sbarcò con le truppe Alleate durante le operazioni militari che avrebbero segnato la resa dell’Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. Tornato dall’Italia riprese a fotografare finché, all’inizio degli anni ’50, non possiede sufficiente notorietà ed indipendenza economica per aprire un proprio studio. ​Senza abbandonare il lavoro nel campo della moda inizia a fotografare indipendentemente tutto ciò che attrae la sua attenzione. I suoi scatti di nudo nascono proprio in questo periodo, mentre lavora in parallelo ad altri ad altri progetti che si concentrano sugli oggetti e i personaggi della vita quotidiana.

Nel 1967 decide portare la sua fotocamera altrove; tuttavia, per un “fotografo da studio”, non si dimostra un’impresa semplice. ​Supera il problema tramite la costruzione di una tenda/studio fotografico portatile, sufficientemente leggera da poter essere trasportata nei suoi viaggi. ​Grazie a questa invenzione può dedicarsi alla fotografia etnografica: un mix di moda e cultura prelevate direttamente dagli angoli del mondo in cui si trovano.

Gli anni ’70, specialmente la seconda metà, sono contraddistinti dall’interesse per i “resti abbandonati del quotidiano” e per altri oggetti inusuali (ad esempio barre di metallo).

​Durante gli anni ’80 la sua attenzione si rivolge prevalentemente alla nature morte; inizia anche ad adoperare il colore nei suoi scatti.

​Insegne, ritratti, moda, pubblicità, sigarette, nudi, vasi, spazzatura, commercianti, guerra, costumi locali. Questi sono solo alcuni dei soggetti a cui Irving dedica raccolte di scatti.

Una ricerca schizofrenica che sballotta il fotografo da un paese all’altro, da un soggetto all’altro, da uno stile all’altro.

​Tante immagini difficili da inquadrare nel tempo ma che sono accomunate da un’evoluzione tecnica e formale continua caratterizzata però da un cuore, un nucleo, di scelte stilistiche costanti.

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