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Henry Cartier Bresson

nasce a Chanteloup nel 1908, da una ricca e influente famiglia francese. Trascorre gran parte della sua giovinezza immerso nell’atmosfera bohémien di Parigi. Da giovane provò a intraprendere la carriera di pittore, fu allievo del pittore André Lhote. Negli anni 20 fu molto vicino al movimento surrealista, da cui mutuò l’interpretazione dei dettagli disseminati nella vita quotidiana. In una delle sue più celebri frasi afferma: “La fotografia può fissare l’eternità in un istante”.

Fu proprio la frustrazione per gli scarsi risultati come pittore a fargli scoprire la fotografia durante un periodo di convalescenza a Parigi, e a fargli scegliere una Leica 35 mm come strumento espressivo. Le foto surrealiste scattate durante i suoi viaggi in Messico e in Europa fra il 1932 e il 1935 lo resero famoso come art-photographer a New York.

Al suo ritorno in Francia, nel 1937, iniziò a dedicarsi al fotogiornalismo dopo un periodo di apprendistato come regista presso Jean Renoir.

Durante la Seconda guerra mondiale entra a far parte della resistenza francese. Catturato dai nazisti, riuscì a scappare e arrivare in tempo per documentare la liberazione di Parigi nel 1944.

Nel 1947 è tra i fondatori della storica agenzia Magnum; nel ’53 pubblica Il momento decisivo, considerato una vera e propria “Bibbia” per tutti i fotografi di reportage. Fu attivo come fotogiornalista fino alla fine degli anni ’70.

Henri Cartier-Bresson è probabilmente il fotografo più influente del ’900, tanto da essersi guadagnato il soprannome di “occhio del secolo”. Anche se questa affermazione può essere difficile da dimostrare, in pochi negheranno che le sue fotografie in bianco e nero, la sua estetica del “momento decisivo”, siano state il modello predominante di tutto il secolo scorso, e probabilmente anche di questo.

Anche se al giorno d’oggi Cartier-Bresson è principalmente riconosciuto come fotogiornalista e ritrattista, lui ha sempre considerato la fotografia come una forma d’arte, un’estensione della pittura. Usava la sua Leica come un “album da disegno meccanico”, e si dimostrò subito in grado di ritagliare immagini dalla vita quotidiana con una precisione e un tempismo ineguagliabili, ma soprattutto andando immediatamente al cuore del problema.

Dopo i primi anni, segnati dall’influenza del Surrealismo, negli anni 30 maturò una coscienza politica e sociale, che lo portò a impegnarsi nel fotogiornalismo, un settore che successivamente nobilitò fondando l’agenzia fotografica Magnum e pubblicando Il momento decisivo. Molti sostengono che elevò il fotogiornalismo, fino a quel momento poco considerato, al livello di vera e propria arte.

Il suo approccio prevedeva di allineare “testa, occhio e cuore”, e di scattare più fotografie possibili, finché dalla massa non ne emergeva una in cui tutti gli elementi erano disposti perfettamente e capaci di simbolizzare un evento, una persona o un luogo. Questa filosofia, che ricorda quella de Lo Zen e il tiro con l’arco, ha ispirato migliaia di fotografi, professionisti e amatoriali.

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Sebastião Ribeiro Salgado Júnior,

nato in Brasile ad Aimorés l’8 febbraio 1944, è stato un’eccellenza della fotografia, capace di commuovere intere generazioni con l’intelligenza del suo sguardo, con un modo di scattare del tutto personale, una rara capacità di andare a fondo nella sostanza del reale, il coraggio di avvicinarsi con la sua fedele alleata ai soggetti senza elargire giudizi, con l’umiltà che pone di fronte alla verità, anche più cruda e difficile da accettare. Della scomparsa del fotografo brasiliano, che si è spento a Parigi (dove viveva da molti anni) all’età di 81 anni, dà ora notizia l’Istituto Terra, da lui fondato nel 1998 per concentrarsi sul restauro ambientale, a testimoniare l’impegno di Salgado a sostegno dell’ecosistema brasiliano e, più in generale, della biodiversità sul Pianeta. La causa della morte non è ancora stata resa nota, ma motivi di salute gli avevano impedito, negli ultimi mesi, di partecipare a eventi pubblici già programmati.
Dopo una formazione universitaria di economista e statistico decide, in seguito ad una missione in Africa, di diventare fotografo. Nel 1973 realizza un reportage sulla siccità del Sahel, cui ne segue un altro sulle condizioni di vita dei lavoratori immigrati in Europa. Nel 1974 entra nell’agenzia Sygma e documenta la rivoluzione in Portogallo e la guerra coloniale in Angola e in Mozambico. Nel 1975 entra a far parte dell’agenzia Gamma ed in seguito, nel 1979, della celebre cooperativa di fotografi Magnum Photos.Nel 1994 lascia la Magnum per creare, insieme a Lélia Wanick Salgado, Amazonas Images, una struttura autonoma completamente dedicata al suo lavoro. Salgado si occupa soprattutto di reportage di impianto umanitario e sociale, dedicando mesi, se non addirittura anni, a sviluppare e approfondire tematiche di ampio respiro. A titolo di esempio, possiamo citare i lunghi viaggi che, per sei anni, lo portano in America Latina per documentarsi sulla vita delle campagne; questo lavoro ha dato vita al libro Other Americas.

Durante i sei anni successivi Salgado concepisce e realizza un progetto sul lavoro nei settori di base della produzione. Il risultato è La mano dell’uomo una pubblicazione monumentale di 400 pagine, uscita nel 1993, tradotta in sette lingue e accompagnata da una mostra presentata finora in oltre sessanta musei e luoghi espositivi di tutto il mondo.

Dal 1993 al 1999 Salgado lavora sul tema delle migrazioni umane. I suoi reportages sono pubblicati con regolarità da molte riviste internazionali. Oggi, questo lavoro è presentato nei volumi In Cammino e Ritratti di bambini in cammino, due opere che accompagnano la mostra omonima edite in Italia da Contrasto. Nel 2013 Salgado ha dato il suo sostegno alla campagna di Survival International per salvare gli Awá del Brasile, la tribù più minacciata del mondo Nell’agosto 2013 O Globo ha pubblicato un lungo articolo sulla tribù, corredato dalle sue fotografie.

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Richard Avedon, 

nacque a New York nel 1923 e sin dalla tenera età la madre Anna, la cui famiglia era proprietaria di una sartoria, gli trasmise l’amore per la moda e l’arte. Avedon manifestò l’interesse per la fotografia all’età di 12 anni, quando entrò a far parte del Young Men’s Hebrew Association (YMHA) Camera Club. La sua prima modella e musa fu la sorella più piccola, Louise. Dopo aver abbandonato il college, entrò nella Marina mercantile, dove venne assegnato alle autopsie e alle foto d’identità. Nel frattempo, per diletto, scattava anche dei ritratti ai suoi compagni di camerata. Nel 1944 si unì al gruppo della rivista di moda Harper’s Bazaar, grazie all’amico e art director della rivista, Alexey Brodovitch. Rimase nel gruppo per dodici anni rivoluzionando il concetto di foto nella moda: Avedon collocava infatti le modelle, solitamente irrigidite e statiche nelle pose, per strada o in locali notturni. Inoltre le faceva sorridere, ammiccare e ridere. Tuttavia la sua unica e vera musa resta Audrey Hepburn: Avedon era incantato dalla bravura dell’attrice di fronte alla macchina fotografica. Riusciva a posare senza sforzo e a rendere ogni scatto un’opera d’arte. Negli anni ’60-70 Avedon seguì Diana Vreeland, direttrice di Vogue America, alla rivista e cominciò a lavorare firmando gran parte delle copertine fino all’arrivo di Anna Wintour nel 1988. Nel frattempo Avedon realizzò anche le campagne pubblicitarie per diversi brand, tra cui Gianni Versace, Calvin Klein e Revlon e lavorò con altre riviste specializzate, come Life.

Nel 1992 diventò collaboratore fisso per le prestigiose riviste The New Yorker e Rolling Stone, mentre nel 1995 e 1997 realizzò le edizioni del prestigioso calendario Pirelli. Nel 2003, un anno prima della sua morte, venne insignito Membro Onorario della The Royal Photographic Society e ricevette la medaglia in occasione del 150esimo Anniversario dell’istituzione come riconoscimento al contributo straordinario che ha dato nel campo della fotografia. Richard Avedon è divenuto celebre per i suoi innumerevoli ritratti in bianco e nero e i suoi reportage di guerra, come quello degli orfani di Danang durante la guerra del Vietnam.
È sempre stato interessato a come la ritrattistica riesca a catturare la personalità e l’anima del suo soggetto. Tra i volti famosi che ha ritratto con la sua macchina fotografica è possibile annoverare Buster Keaton, Marian Anderson, Marilyn Monroe, Sophia Loren, i Beatles, Marella Agnelli, Ezra Pound, Isak Dinesen, Dwight D. Eisenhower, Andy Warhol, e il Chicago Seven. I suoi ritratti sono facilmente distinguibili per il loro stile minimalista, in cui la persona guarda ad angolo retto nella fotocamera, posta di fronte a uno sfondo bianco puro. Eliminando l’uso di luci soffuse e oggetti di scena, Avedon è stato in grado di concentrarsi sui mondi interiori dei suoi soggetti, capaci di evocare emozioni e reazioni.

Le opere di Richard Avedon oggi arricchiscono le collezioni del Museum of Modern Art e Metropolitan Museum of Art di New York, del Centre Georges Pompidou di Parigi e di molti altri musei ed esposizioni in tutto il mondo.

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Dorothea Lange

Dorothea Lange si avvicina alla fotografia nel 1915, imparandone la tecnica grazie ai corsi di Clarence H. White alla Columbia University. Nel 1919 apre il proprio studio di ritrattistica a San Francisco, attività che abbandona negli anni Trenta per dedicarsi a una ricerca di impronta sociale e a documentare gli effetti della Grande Depressione. Fra il 1931 e il 1933 compie diversi viaggi nello Utah, in Nevada e in Arizona.

Nel 1936 si unisce alla Farm Security Administration (FSA). All’interno di questo progetto epocale realizza alcuni dei suoi reportage più famosi, nonostante alcuni contrasti con Roy Stryker (a capo della divisione di informazione della FSA) in merito alle proprie scelte stilistiche.

Nel 1940 ottiene un Guggenheim Fellowship (un importante riconoscimento concesso ogni anno, dal 1925, dalla statunitense John Simon Guggenheim Memorial Foundation a chi ha dimostrato capacità eccezionali nella produzione culturale o eccezionali capacità creative nelle arti.). All’inizio degli anni Cinquanta si unisce alla redazione di Life e si dedica all’insegnamento presso l’Art Institute di San Francisco.

Muore nel 1965, a pochi mesi dall’importante mostra che stava preparando al Museum of Modern Art di New York. Fra le esposizioni più recenti si ricordano Politics of Seeing al Jeu de Paume di Parigi nel 2018 e Words & Pictures al MoMA nel 2020.

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Cheyco Leidmann

è un fotografo e artista visivo americano noto per il suo stile distintivo e provocatorio. Nato negli Stati Uniti, Leidmann ha iniziato la sua carriera negli anni ’80, diventando rapidamente famoso per le sue immagini iper-reali e le composizioni audaci. Il suo lavoro ha avuto un impatto significativo nel mondo della moda e della pubblicità, con immagini che spesso sfidano le convenzioni e provocano riflessioni.

Leidmann ha pubblicato diverse opere iconiche, tra cui il libro “Foxy Lady”, che è diventato un classico cult. Le sue opere successive, come “Sex is Blue” e “Toxytt”, hanno esplorato temi più oscuri e inquietanti, mostrando la “tossicità” della vita moderna. Ha collaborato con la stilista Ypsitylla von Nazareth in vari progetti creativi, creando un connubio unico tra moda e arte visiva.

Nel corso della sua carriera, Leidmann ha vinto numerosi premi, tra cui il prestigioso Club Gold Award del New York Art Director. La sua influenza si estende oltre la fotografia, includendo anche il cinema e la sceneggiatura. Le sue opere sono state esposte in gallerie e musei di tutto il mondo, consolidando la sua reputazione come uno degli artisti visivi più innovativi e influenti del suo tempo.

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Ugo Pons Salabelle

nasce a Napoli nel 1954. Frequenta la facoltà di Lettere e Filosofia di Napoli. Lavora prima per cinema poi per la televisione. Nel 2007/2008 è stato professore a contratto di Fotografia presso la II Università di Napoli (SUN) nel corso di laurea di Disegno Industriale per la Moda. É fotografo professionista dal 1978. Inizialmente orientato verso architettura e design, realizza vari redazionali per le maggiori testate nazionali(Vogue Casa, Domus, Modo, Abitare ed altre). Nel 1982 espone alla Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma. La sua attività fotografica si indirizza verso il ritratto e l’immagine di comunicazione.
Nel 1989 realizza le immagini per la campagna stampa in USA e Giappone di Mario Valentino e nel 1990 le immagini per il calendario Trussardi allegato alla rivista Penthouse. Fra il 1995 ed il 1997 è fotografo a contratto per Fiat Auto Spa e realizza un centinaio di portrait per le Concessionarie del Mezzogiorno.
Ha realizzato pubblicazioni e brochure commerciali nonchè campagne pubblicitarie per aziende quali: Uniform, Casuccio e Scalera, Maraolo, Mariano Rubinacci, Bioreve, Inticom, Helen Curtis, Tre Ti, Zambrano, Grinding , Cigiesse , Sole 24 ore, IPM, Colavita , Sonepar, D’Amico , Driade, Zanotta, Delta, La Stampa , Alberti, Elasis, Chantecler, Alcott, La Molisana, Cafè do Brasil, Parmalat, Deliveroo ed altre.
Ha pubblicato circa 15 volumi di arte per la casa editrice Electa e vari volumi dal 2010 al 2013 per la Mondadori Editore e Malvarosa Editore.
Tra i suoi lavori citiamo campagne stampa e affissioni nazionali ed estere: per Mario Valentino – Giappone /USA 1989, per Banco di Napoli campagna Conto Concerto- Italia 1996, e per Conto Privilegio- Italia 2000, per Agria Select- Italia 2001, MSC Crociere- Italia dal 1988 al 1996, il Giornale- Italia 1999, Maraolo -Italia 1995, Granoro- Italia 1991, Exigo- Italia 2001/2002, Carpisa- Italia 2001/2002/2003, Starlet- Italia dal 1990 al 1998 e 2000 / 2001 / 2002 / 2003 / 2004 / 2005, Yamamay- Italia 2002 , Pasta Garofalo- Italia 2002/2003/2004/2005/2006, Ministero Politiche Agricole e Forestali -Italia 2005, Caffè Motta- Italia 2006, Chantecler Italia- 2006, Tendence No Limits- 2008,De Maria Amnesty International -Italia 2009,First- Europa2009, Tendence- Europa 2011, Superga- Italia 2011 Pasta Garofalo 2015-2016 Francia.
É socio dell’ Associazione Nazionale Fotografi Professionisti dal 1992.

www.ugoponssalabelle.com

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Uwe Ommer ha effettuato i suoi primi scatti fotografici nel 1957, all’età di 14 anni. In Germania Ovest, gli è stato assegnato per tre volte (1962, 1965 e 1966) il premio nazionale annuale per il miglior fotografo nella categoria giovani.

Nel 1963, Ommer si è trasferito a Parigi, dove inizialmente ha lavorato come assistente di Jean-Pierre Ronzel, per poi avviare la propria attività indipendente.

Durante gli anni ’60 e ’70, ha collaborato principalmente con stilisti, realizzando servizi fotografici per collezioni di moda femminile e per bambini.

Negli anni ’80 e all’inizio dei ’90, Uwe Ommer ha acquisito fama internazionale con le sue fotografie di nudi femminili esotici, che sono state pubblicate in numerosi libri e riviste. Ha concentrato il suo lavoro principalmente sui continenti asiatico e africano per le location. Ommer ha anche realizzato un calendario per Pirelli nel 1984.

Nel 1995, si è dedicato alla fotografia documentaria, immortalando in circa sei anni i membri di oltre 1.000 famiglie incontrate durante i suoi viaggi nei cinque continenti. Questi lavori, raccolti nel volume “1000 Families”, sono accompagnati da interviste ai soggetti ritratti, condotte dallo stesso Ommer.

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Irving Penn è il fotografo che più di tutti ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della fotografia di moda.

Secondo Anna Wintour, storica direttrice di Vogue, rivista per cui Penn ha lavorato per sessant’anni, l’americano “ha cambiato il modo in cui le persone vedono il mondo e la percezione di cosa sia la bellezza”. Definirlo semplicemente “fotografo di moda” è probabilmente riduttivo: Penn era un artista completo, interessato a tutti gli aspetti dello studio della forma e del colore, e si avvicinò alla fotografia solo successivamente. Penn ci ha lasciato nel 2009, morendo a New York all’età di 92 anni. Le sue opere e la fondazione che porta il suo nome testimoniano ancora oggi l’importanza del suo lavoro. Per comprendere chi fosse realmente Penn, è utile fare un passo indietro e ricostruire la carriera e il percorso artistico che lo hanno reso così celebre. Penn nacque in una famiglia di emigrati di origini russo-ebraiche nell’America del 1917. Primogenito di due fratelli, ebbe l’opportunità di studiare arte grafica, esercitandosi particolarmente nel disegno e nella pittura. Uno dei suoi insegnanti, Alexey Brodovitch, fotografo russo emigrato negli Stati Uniti, divenne suo mentore e lo introdusse nella redazione di Harper’s Bazaar, nota rivista di moda e fotografia, dove Penn iniziò a lavorare come disegnatore e grafico. Insoddisfatto dell’andamento della sua carriera, decise di partire per un viaggio in Messico alla ricerca di nuove opportunità e per coltivare la sua passione per la pittura.

​Sfortunatamente le cose non andarono come previsto, a 26 anni Penn dovette ripiegare in patria, convinto che la pittura non fosse più la sua strada.

Spostatosi a New York riuscì a trovare impiego presso Vogue, altra ben nota rivista di moda. Uno dei suoi primi incarichi lo diresse a Napoli, dove sbarcò con le truppe Alleate durante le operazioni militari che avrebbero segnato la resa dell’Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. Tornato dall’Italia riprese a fotografare finché, all’inizio degli anni ’50, non possiede sufficiente notorietà ed indipendenza economica per aprire un proprio studio. ​Senza abbandonare il lavoro nel campo della moda inizia a fotografare indipendentemente tutto ciò che attrae la sua attenzione. I suoi scatti di nudo nascono proprio in questo periodo, mentre lavora in parallelo ad altri ad altri progetti che si concentrano sugli oggetti e i personaggi della vita quotidiana.

Nel 1967 decide portare la sua fotocamera altrove; tuttavia, per un “fotografo da studio”, non si dimostra un’impresa semplice. ​Supera il problema tramite la costruzione di una tenda/studio fotografico portatile, sufficientemente leggera da poter essere trasportata nei suoi viaggi. ​Grazie a questa invenzione può dedicarsi alla fotografia etnografica: un mix di moda e cultura prelevate direttamente dagli angoli del mondo in cui si trovano.

Gli anni ’70, specialmente la seconda metà, sono contraddistinti dall’interesse per i “resti abbandonati del quotidiano” e per altri oggetti inusuali (ad esempio barre di metallo).

​Durante gli anni ’80 la sua attenzione si rivolge prevalentemente alla nature morte; inizia anche ad adoperare il colore nei suoi scatti.

​Insegne, ritratti, moda, pubblicità, sigarette, nudi, vasi, spazzatura, commercianti, guerra, costumi locali. Questi sono solo alcuni dei soggetti a cui Irving dedica raccolte di scatti.

Una ricerca schizofrenica che sballotta il fotografo da un paese all’altro, da un soggetto all’altro, da uno stile all’altro.

​Tante immagini difficili da inquadrare nel tempo ma che sono accomunate da un’evoluzione tecnica e formale continua caratterizzata però da un cuore, un nucleo, di scelte stilistiche costanti.

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La storia di Peter Lindbergh attraverso i suoi scatti al naturale delle celebrità più note del mondo

Dalla Duchessa del Sussex a Julianne Moore, passando per Uma Thurman e Lupita Nyong’o: Peter Lindbergh ha fotografato alcune delle celebrità più note al mondo, ritraendole tutte in versione naturale. La tipologia di contratto preferita da Lindbergh, amava dire lui, era quella in cui si precisava a chiare lettere che si sarebbe astenuto dal fotoritocco, una mossa rivoluzionaria nell’era dei filtri e di Photoshop. Meghan Markle dichiarò di essere emozionatissima all’idea di lavorare con lui per la copertina di Vanity Fair nel 2017, il mondo intero avrebbe visto per la prima volta le sue lentiggini.

«L’unica cosa che mi interessa è essere autentico».

Dichiarò lui stesso al Sunday Times nel 2017. Nella sua carriera di quarant’anni e più, ha firmato un numero esorbitante di copertine dei magazine di moda, e moltissime sono quelle di Vogue. Dalla collaborazione con Vogue America, in particolare, nell’agosto del 1988 nacque il fenomeno delle supermodelle: una sua foto ritraeva un gruppo di ragazze vestite solo di una semplice camicia bianca, con una spiaggia a fare da sfondo. Erano Linda, Tatjana, Christy… che presto diventarono appunto le supermodel. Poi, a novembre dello stesso anno, per il primo numero di Vogue America sotto la guida della nuova editor-in-chief, Anna Wintour, fotografò la modella israeliana Michaela Bercu in copertina, con i capelli sciolti, il sorriso sulle labbra e un top impreziosito di Christian Lacroix.

Poi, fu sempre lui a firmare, negli Anni ’90, quell’iconica copertina di British Vogue che confermava lo status (di supermodelle) di Linda Evangelista, Tatjana Patitz, Naomi Campbell, Christy Turlington e Cindy Crawford.

I ritratti intimi e in bianco e nero divennero un altro tratto distintivo della fotografia di Lindbergh . Influenzato dall’opera dello street photographer Garry Winogrand e della fotografa documentaristica della Grande Depressione, Dorothea Lange, disse a Vogue Italia che per lui, il mezzo fotografico era «connesso alla verità più profonda dell’immagine, al suo significato più nascosto». La top model ceca, Eva Herzigova, che Lindbergh ha fotografato più volte durante la carriera, ha così dichiarato a Vogue:

«Peter mi ha scattato foto da quando avevo 16 anni. Mi sentivo protetta in sua compagnia e adoravo quelle immagini in bianco e nero che esprimevano tutta la forza delle donne attraverso i loro occhi. Era in grado di immortalare l’anima di una persona [con la sua fotografia]».

Lindbergh dichiarò sempre la sua indipendenza dagli “obblighi” e dalla vision di editor e clienti. Nonostante questo, è stato la mente e l’occhio dietro alcune delle campagne pubblicitarie più note e famose dei nostri tempi, tra cui quelle per Calvin Klein, Armani e Comme des Garçons. Inoltre, a oggi rimane il solo fotografo ad aver firmato la fotografia di tre calendari Pirelli (nel 1996, nel 2002 e nel 2017).

Nato a Lissa (Leszno), ad ovest della Polonia, il 23 novembre 1944, Lindbergh aveva solo pochi mesi quando la famiglia fu costretta a lasciare il Paese in seguito all’invasione tedesca. Il più piccolo di tre figli, trascorse gran parte dell’infanzia a Duisburg, una piccolo cittadina industriale a nord della Germania. Lasciò la scuola all’età di 14 anni per lavorare come vetrinista presso un grande magazzino del luogo, Karstadt, prima di trasferirsi in Svizzera a 18 anni per evitare il servizio militare. Si stabilì, poi, a Berlino per avvicinarsi al mondo dell’arte, della musica e dei musei. «Ero come una spugna», dichiarò al Guardian nel 2016, «Assorbivo tutto».

Si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti di Berlino, ma la lasciò per andare ad Arles sulle tracce di Vincent van Gogh, maestro del colore che lui amava moltissimo. Dopo aver trascorso otto mesi dipingendo e vendendo i suoi quadri ai mercati del luogo, si rimise in viaggio e in autostop girò l’Europa e il nord Africa. Quando tornò a Berlino era un uomo nuovo e scoprì la fotografia – la sua futura professione – per puro caso. «Quando a mio fratello nacquero i suoi meravigliosi figli – io non ero ancora papà – per qualche motivo decisi di volerli fotografare e acquistai la mia prima macchina fotografica. C’è qualcosa di totalmente inconscio nei bambini. È così che ho imparato ad amare questo mestiere», disse al Guardian nel 2016.

Cominciò a lavorare come assistente per il fotografo tedesco Hans Lux, per poi aprire il suo studio a Düsseldorf, nel 1973. La sua prima campagna pubblicitaria fu per VW Golf mentre il suo primo servizio di moda arrivò nel 1978 per la rivista Stern. Quello stesso anno si trasferì a Parigi e, nonostante avesse casa anche ad Arles e a New York, continuò a vivere nella capitale francese per il resto della sua vita in relativa privacy. Non pubblicò mai niente di personale sui suoi profili social e invitò la gente a guardare le sue foto piuttosto che a interessarsi alla sua vita privata. Con un post su Instagram,  il 3 settembre 2019, la famiglia ha scritto: “Con grande tristezza annunciamo la morte di Peter Lindbergh all’età di 74 anni. Lascia la moglie Petra, la figlia Astrid, i quattro figli Benjamin, Jérémy, Simon, Joseph e sette nipo

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Michael Freeman, il fotografo viaggiatore.

DSpesso sentiamo di persone che iniziano ad affrontare seriamente la fotografia partendo dalla passione per i viaggi, e non è raro trovare fotografi che sviluppano una migliore conoscenza del mondo seguendo la loro voglia di scattare delle belle fotografie. Nella tua carriera è stato il viaggio che ti ha spinto a padroneggiare la fotografia oppure sono stati i tuoi magnifici scatti che ti hanno portato a viaggiare sempre di più?

M: In verità, è stato proprio viaggiare che mi ha spinto nel mondo della fotografia da quello della pubblicità in cui ho iniziato la mia carriera (tanto tempo fa!). Ho sempre avuto una passione per la fotografia, ma all’inizio non avevo la giusta spinta per allontanarmi dal percorso di una carriera tradizionale nel campo. Dopo Oxford, in cui ho studiato Geografia (e quindi un poco di influenza c’è!), sono stato assunto in una affascinante agenzia di pubblicità a Londra, all’epoca in cui la pubblicità stessa era qualcosa di affascinante. E sì, è stato divertente, una sfida continua, ma alla fine mi sono accorto che volevo davvero impegnarmi a tempo pieno nella fotografia.
Questo potrebbe risultare strano al giorno d’oggi, ma all’epoca (parliamo dei primi anni ’70), il mondo del business era meno duro di quanto lo sia adesso sotto molti aspetti. Sono riuscito a convincere l’agenzia a darmi un periodo sabbatico di due mesi e mezzo (immaginate fare una richiesta del genere oggi!), ho comprato due Hasselblad di seconda mano da un tizio del settore media, sono partito per il Brasile e ho viaggiato fin dentro l’Amazzonia. Ho fatto in modo di non pensare per nulla alla carriera in quei giorni e mi sono comportato come se non avessi altro lavoro che fotografare. Bene, per farla breve, al mio ritorno ho cercato di fare qualcosa con le mie fotografie, ho contattato delle persone all’ambasciata brasiliana che mi hanno detto che avrebbero allestito uno spettacolo per me.
Nella loro lista di invitati c’erano l’Editore e l’Editore fotografico di Time-Life che stavano da poco allestendo il settore editoriale dei libri volendo aprire proprio con uno che parlasse di Amazzonia. Hanno comprato le mie foto. Mesi e mesi dopo, quando ormai me ne ero quasi dimenticato, mi hanno chiamato e mi hanno fatto vedere come stavano usando le foto, la copertina, qualche pagina doppia, immagini di apertura di un capitolo e così via. Ho capito che quello era il miglior incoraggiamento che io avessi probabilmente avuto, così il giorno dopo ho dato le dimissioni e l’agenzia mi ha addirittura regalato una liquidazione attraverso un servizio fotografico pubblicitario di due settimane per un loro cliente tutto per me. Che bei tempi i vecchi tempi…

DSecondo te, un fotografo viaggiatore deve tenere la sua fotocamera sempre accesa, o ci sono momenti (o interi giorni addirittura) in cui è meglio smettere di scattare per concentrarsi sui luoghi, le persone, il viaggio stesso?

M: Sono contento che abbiate detto il “fotografo viaggiatore” piuttosto che il più usuale “fotografo di viaggio”. Non credo a quest’ultima categoria come ad una professione, poiché suona piuttosto vuota, mi dà l’impressione di qualcuno che semplicemente alimenta l’industria dei viaggi attraverso le sue fotografie. (Mia moglie mi definisce un turista di professione, ma questa è un’altra storia!). Viaggio allo scopo di scattare fotografie, e questo significa che quando sono al lavoro mi concentro completamente sul posto, la storia, le persone. I miei viaggi preferibilmente durano almeno cinque settimane, ho bisogno di tutto questo tempo per ambientarmi, non sentirmi legato ad una agenda troppo serrata e per trarre vantaggio dalle cose che capiteranno. Quindi potremmo dire che i luoghi, le persone ed il viaggio sono inseparabili dalla fotocamera. Io li percepisco attraverso lo scatto. Ma di sicuro spengo la fotocamera per uscire a cena o prendere qualcosa al bar!

DSiamo rimasti molto colpiti dai tuoi lavori riguardo il sud-est asiatico, se dovessi scegliere, cosa colpisce di più il tuo occhio tra le persone, i colori, i paesaggi, la vita urbana, i monumenti?

M: E’ nella natura umana classificare le cose in un certo ordine e sceglierne di preferite, quindi non posso biasimarvi per questa domanda. Ma la verità è che io non mi avvicino alle storie, ai servizi e ai viaggi in questo modo. Ho avuto tempi belli e brutti nel mio cammino, successi e fallimenti, ma quasi ogni viaggio ha avuto qualche qualità speciale, e me ne ricordo con passione molti. Eccone alcuni: guadare cumuli di guano di uccelli zeppi di scarafaggi in una caverna in Borneo mentre facevo un servizio su una “cena” all’interno di un nido… Bere rum da una noce di cocco appena colta a Bayon dopo un giorno di scatti fatti ad Angkor ed essere l’unico occidentale in quel momento ad essere lì (sul serio!) … Volare sul mare di Sulu a bordo di un elicottero d’assalto che l’aviazione filippina mi ha concesso per tre giorni … Vivere in un remoto villaggio Akha vicino il confine Birmano (nei primi tempi, quando non c’erano turisti…)
Certo, penso che ogni editore fotografico che produce un servizio probabilmente ti direbbe che il quello è il lavoro su cui è fissato al momento. Tendo anche io ad avere fissazioni. In questo momento è la Cina, particolarmente dopo gli ultimi due anni, spesi a scattare il mio nuovo libro (che ora è in fase di stampa) riguardo un’antica via di commercio tra lo Yunnan ed il Tibet, intitolato The Tea Horse Road.

DPrima di iniziare un viaggio, è importante per un fotografo lo studio del lavoro fotografico già esistente sul quel luogo, o questo atteggiamento tende ad avere una influenza troppo forte sui nostri scatti quando siamo sul posto?

M: Bella domanda. Ho sentimenti misti al riguardo. In un mondo ideale preferirei guardare un sacco di brutte foto del luogo, al semplice scopo di sapere cosa vi troverò senza esserne influenzato. La peggior cosa nel guardare belle foto è che cominci a pensare di non poterne fare di simili senza copiare. Ma in realtà di alcuni posti in cui sono stato non esisteva già nessuna fotografia!

DOggi tutti possono approdare alla foto semiprofessionale attraverso i prezzi relativamente bassi di reflex ed altro equipaggiamento da professionista. Pensi che questo trend abbasserà la qualità generale delle foto che si vedono in giro? Pensi che le migliori foto siano appannaggio ancora solo dei grandi fotografi?

M: La cosa buona riguardo questa maggiore accessibilità è che sempre più persone stanno trattando la fotografia in modo serio e vogliono usarla come un mezzo di espressione creativa. Tutto ciò mi piace parecchio. Per quanto riguarda la qualità, beh, come in ogni medium creativo c’è una specie di piramide di qualità. Ci saranno sempre pochi fotografi molto bravi, ma potremmo dire lo stesso di attori, musicisti, scrittore e così via. La proporzione tra mediocre e ottimo probabilmente resta la stessa, quindi un maggior numero di fotocamere significherà un maggior numero di foto mediocri ed ottime!

DTu hai scritto un’enorme quantità di libri, ogni fotografo qui in Italia ti conosce per i tuoi scritti educativi e i tuoi bellissimi libri fotografici; questa attività ti impedisce di scattare in alcuni momenti? O riesci a trovare il giusto tempo per ogni cosa?

M: Io penso che mi impegno troppo, specialmente nello scrivere di fotografia, ma la cosa mi appassiona, così non ho molta scelta. Sono una persona molto attiva in ogni caso. Ma ho fastidiosi dubbi sul fatto che dovrei in realtà stare fuori a scattare quando mi trovo a scrivere. Comunque, prendiamo ad esempio la giornata di oggi. Sono appena arrivato in volo da Shanghai a Pechino, quindi il tempo necessario al volo è stato perfetto per scrivere. E sto scrivendo questa risposta per voi adesso nella mia camera d’albergo, è tardo pomeriggio con un giorno molto piatto e grigio al di fuori. Pensavo di andare in un parco qui vicino dove stanno svolgendo varie attività tra cui Tai Chi e Calligrafia, ma la luce non è ideale e devo restare ancora alcuni giorni qui. Per cui… scrivo!

DQuale sarà il tuo prossimo progetto fotografico?

M: Ho sempre diversi progetti attivi allo stesso momento, e generalmente possiamo suddividerli in tre tipi: reportage, design e architettura, libri fotografici. I primi sono i più interessanti, ma devo dire che ora come ora non ho nulla di particolare al riguardo, avendo speso i miei ultimi due anni sul libro The Tea Horse Road di cui parlavo prima. E’ stato un periodo di forte dedizione. Quello precedente è stato il Sudan, altri due anni. Ho qualche possibilità in mente, ma devo esserne ben certo visto che dovrò passare altri due o tre anni concentrato su ciò che sceglierò!

DHai un nuovo libro in uscita?

M: Sì. Si intitola “La mente del fotografo” ed è il seguito a “L’occhio del fotografo”. Il primo di questi libri è stato sempre come un figlio per me, ma avevo un sacco di cose in più da dire. Comunque, dobbiamo tenere il numero di pagine sempre non troppo alto in un libro per far sì che il prezzo rimanga accessibile. Così nello scorso anno e mezzo ho scritto questo nuovo libro che continua dove l’altro finisce. “L’occhio del fotografo” ha avuto un sorprendente successo, tutto ciò è molto gratificante, più di 300.000 copie finora in 16 lingue.

DHai un suggerimento particolare per i nostri lettori?

M: Suggerimento? Cielo… Non faccio che darne nei miei libri! Pensavo che i vostri lettori avrebbero accolto con piacere un momento di pausa dai consigli di Freeman! Ok, solo uno allora… Spingetevi con coscienza a sperimentare in tre aree: scelta del soggetto, composizione e illuminazione.

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Helmut Newton scattava raramente in studio, preferendo la strada come sua tela; il suo stile, erotico-urbano, era supportato da una tecnica fotografica eccellente. Fu un protagonista indiscusso della fotografia del XX secolo, un “provocatore” che ha scosso il mondo con le sue immagini femminili intrise di erotismo.

SOGGETTO DONNA – Nel 2004 viene pubblicata la sua autobiografia, scritta poco prima della morte, e raccontata in prima persona. Si capisce tra le sue parole, quanto la donna sia costantemente stata per lui una continua ambizione, una spinta essenziale a ricercare nuove idee e visioni imprevedibili ma allo stesso tempo inconfondibili nello stile.

L’APPRENDISTATO – Helmut Newton compra la prima macchina fotografica a soli dodici anni. Frequenta la scuola americana, dalla quale viene espulso quando la sua passione per la fotografia finisce per incidere negativamente con gli studi. Nel 1936, a sedici anni, comincia il suo apprendistato vero e proprio presso l’atelier della fotografa di moda Iva. Frequenta nel frattempo una ragazza ariana che mette a rischio la sua incolumità a causa della sempre maggior diffusione delle leggi antiebraiche. I suoi genitori lo imbarcano così su una nave diretta in Cina, ma Helmut si ferma a Singapore, dove, per appena due settimane, lavora per il quotidiano “Straits Times”. E’ proprio in questo periodo che inizia a capire quale potrebbe essere la sua strada lavorativa.

LA MOGLIE JUNE– Nel 1940 arriva in Australia e dopo un breve periodo di prigionia in quanto cittadino tedesco, raggiunge le forze australiane al fronte per ben cinque anni. Nel 1946 diventa cittadino australiano e nel 1948 sposa l’attrice June Brunnell, che conosce sul lavoro: lei posa, infatti, come modella per le sue fotografie. I due resteranno marito e moglie per oltre cinquanta anni. June è un’attrice, ma è nota anche per la sua attività di fotografa che esercita con lo pseudonimo di Alice Springs dal nome della omonima cittadina australiana.

La fama di Newton esplose nel mondo della fotografia alla fine degli anni ‘60, quando inizò’ ad introdurre nella fotografia di moda elementi di sado-masochismo, voyeurismo e omosessualità. Le donne sono riprese in pose provocanti: si aggirano cariche di tensione erotica attraverso la camera di un albergo; si adagiano su un divano colme di soddisfazione.

La sua carriera è stata accompagnata dal gusto per la provocazione.  Nel 1974, uscì il suo primo libro “White Women”. che ottenne l’effetto desiderato: una bomba . A partire dal titolo, accusato di razzismo. «Ma quale razzismo» replicò, «è un bellissimo titolo, tantopiù che non c’è neanche una donna nera in tutto il volume…»

Helmut Newton aveva capito che più le sue opere erano ambigue, più riuscivano a disorientare l’osservatore, più sarebbero rimaste nella sua memoria. Ha sempre sfidato le convenzioni e lo sguardo dell’osservatore,  talvolta prendendolo in giro, ma sempre con stile ed eleganza.

Nonostante sia stata spesso oscurata dai contenuti, la sua tecnica fotografica è sopraffina: luci e composizione sono  praticamente impeccabili.

Insomma, una cosa è certa : le foto di Newton sono impossibili da ignorare.

I servizi realizzati per prestigiose campagne del settore moda, provocazioni e soluzioni innovative, sofisticate, non prive di rimandi alla storia dell’arte europea e al cinema, sempre con stile, fino ai ritratti iconici di personaggi noti del jet set internazionale, come Andy Warhol (1974), Ralph Fiennes (1995), Gianni Agnelli (1997), Catherine Deneuve (1976), Paloma Picasso (1983) e Leni Riefenstahl (2000).

VOGUE – Nel 1956 Newton viaggia a lungo attraverso l’Europa. A Londra firma un contratto di un anno con “British Vogue”, che rescinderà dopo 11 mesi. In seguito è a Parigi e quindi a Melbourne dove chiude un contratto con “Vogue Australia”. Nel 1961 torna a Parigi e si trasferisce in un appartamento in Rue Aubriot, nel Marais. Viene assunto a tempo pieno da “Vogue Paris”; occasionalmente lavora come fotografo editoriale per “British Vogue” e “Queen”. Collabora inoltre con ‘Marie Claire’, ‘Elle’ ‘Playboy’, ‘Vanity Fair’ e ‘GQ’.

LA MORTE – Esibisce i scuoi scatti in mostre in giro per il mondo a New York, Parigi, Londra, Houston, Mosca, Tokio, Praga e Venezia. Nel 1976 pubblica il suo primo volume di fotografie ‘White women’ e nel 1996 il ministro della cultura francese gli concede il titolo di Gran Commendatore delle arti e delle lettere. Il 23 giugno del 2004 all’età di 83 anni come in un set di una delle sue patinate fotografie, si schianta alla guida di una Cadillac contro una palma del Sunset Boulevard di Hollywood.

“Il mio lavoro come fotografo ritrattista è quello di sedurre, divertire e intrattenere.”

 “Bisogna essere sempre all’altezza della propria cattiva reputazione”

“Nelle mie foto non c’è emozione. È tutto molto freddo, volutamente freddo.”

 “Per me il massimo è fotografare Margaret Thatcher: che cosa c’è di più sexy del potere?”

 “Spesso mi capita di soffrire d’insonnia. Forse ho visto troppe immagini in vita mia per poter dormire tranquillo.”

 “Investo molto tempo nella preparazione. Penso a lungo a ciò che voglio realizzare. Ho libri e piccoli quaderni in cui scrivo tutto prima di una seduta fotografica. Altrimenti dimenticherei le mie idee.”

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